Un nuovo inquietante problema globale che non va sottovalutato affatto è quello dell’obesità. Non lo fa Le Monde diplomatique, il cui numero di settembre contiene un’interessante inchiesta in merito. Esso parte con l’affermazione che, come spesso accade, il sistema colpevolizza gli obesi, sostenendo che in fondo se sono tali è colpa loro. Lo stesso ragionamento insomma, impiegato a proposito dei Greci pigri, degli Italiani spendaccioni, dei Negri fannulloni, dei gay dissoluti e via dicendo. Per non parlare dei poveri, che sono tali perché non hanno saputo arricchirsi e magari sono entrati nelle spirali viziose dell’alcolismo, della droga, ecc.

Bisogna invece individuare e combattere, pur non negando, in questo caso, uno spazio al libero arbitrio e alla responsabilità individuale, i meccanismi di ordine sistemico che favoriscono la diffusione del grasso superfluo. Un primo aspetto, giustamente indicato dall’articolo, è la promozione dell’American way of life che prevede una serie di congegni volti a ridurre al minimo lo sforzo fisico: “ascensori, scale mobili, telecomandi, inaffiamento automatico, aspirapolvere, lavatrici-essiccatrici, apriscatole e coltelli elettrici”. Direi che sono parzialmente d’accordo, nel senso che si tratta di congegni a volte utili, specie per chi ha problemi oggettivi, ma dei quali non andrebbe assolutamente abusato. Però il problema esiste, tanto più, che, come aggiunge l’articolo “la maggior parte del tempo conquistato in questi ultimi decenni lo si trascorre davanti a uno schermo o dietro un volante”.

Questo anche perché esiste una colpevole incentivazione dell’uso dell’automobile privata, che consiste nel trascurare e mandare in malora i trasporti pubblici e continuare, come nel caso di Roma, a favorire la speculazione ad esempio agevolando la costruzione di inutili box sotterranei per le auto, come avviene dalle mie parti, suscitando fortunatamente la reazione indignata dei cittadini. La condizione del pedone viene invece assolutamente misconosciuta, determinando l’esistenza di rischi crescenti per chi si ostina a circolare col cavallo di San Francesco.

Un altro elemento fondamentale che sta alla base della diffusione del’obesità è poi costituito dalle scelte dell’industria alimentare, la quale “ha inondato i negozi di nuovi prodotti, per stimolare nel consumatore una voglia costante di novità”. Basti pensare che “tra il 1990 e la fine degli anni 2000 sono comparsi sugli scaffali dei supermercati più di centosedicimila nuovi prodotti”. Il dolo che sta dietro queste scelte si vede nel fatto che i “prodotti trasformati, particolarmente calorici, costano meno delle derrate fresche dagli apporti nutritivi importanti (minerali, vitamine, ecc.)”. Di fronte alle restrizioni salariali indotte dalla crisi e dall’aumento dello sfruttamento, i poveri sono indotti a consumare prodotti calorici e diventano grassi. Nel frattempo le industrie agroalimentari portano avanti la politica del supersize, dato anche il fatto che, quantomeno in Occidente, “il cibo stesso costituisce una parte così modesta del prezzo di vendita di un prodotto – rispetto a imballaggio, promozione, concezione, ecc – che è diventato particolarmente redditizio vendere grandi porzioni in uno stesso contenitore”. Per non parlare delle strategie di promozione mirate che prendono i bambini come bersaglio della vendita di nocive merendine, bibite gassate, ecc. Ne deriva in conclusione la diffusione dell’obesità come problema globale dal quale nessuna parte del mondo è oggi esente. Basti pensare che in Cina sta diventando una sorta di status symbol. Ad ogni modo parliamo oggi di un milione e mezzo di persone sovrappeso in tutto il pianeta, dei quali cinquecento milioni di obesi a pieno titolo.

Quali le possibili risposte? Incentivare il consumo responsabile, con politiche mirate di informazione e aggravio fiscale per il junk food (un timido tentativo in tale direzione è stato fatto dal governo Monti con le bibite gassate); rispettare i principi del diritto internazionale dell’alimentazione, che parla di diritto al cibo quantitativamente e qualitativamente adeguato; favorire le attività di autoconsumo e produzione di cibo “a chilometro zero”, come quella messa in piedi dai licenziati dell’Eutelia, già vittime di un capitalismo predone e criminale. Recuperare la dieta mediterranea, come garanzia di salute, oltre che fattore di sviluppo autoctono e autocentrato.