Una protesta cominciata dal discusso film che ha scatenato indignazione in tutto il mondo islamico, ma che sembra prendere risvolti incontrollabili. Al Cairo gli scontri, che vanno ormai avanti da mercoledì notte, sembrano aver perso la loro motivazione iniziale. Ciò che sembra non diminuire sono le violenze riprese anche a Piazza Tahrir, il luogo simbolo della rivoluzione e distante solo alcune centinaia di metri dall’ambasciata americana.

La strada che porta all’ingresso dell’edificio diplomatico a stelle e strisce è stata blindata da decine di poliziotti spostando così la guerriglia urbana all’ingresso della piazza. Gli islamici radicali ormai sono pochi, al loro posto ci sono alcune centinaia di manifestanti, i giovanissimi ultras dell’Ahly e dello Zamalek, i supporter delle squadre di calcio più importanti del Cairo e da sempre protagonisti negli scontri contro le forze dell’ordine.

L’umore al qaedista della protesta sembra essere stato rimpiazzato dall’odio verso le forze di sicurezza centrali, il corpo speciale della polizia egiziano tristemente noto alla cronaca per la sua violenza nel reprimere le proteste di piazza. “I poliziotti non sono cambiati nonostante ci sia Morsi al governo e dobbiamo continuare a lottare” dice Mahmoud, che ormai da ore partecipa a una guerriglia che sembra non avere fine, e solo dopo aggiunge: “Certo sono qui anche per chiedere rispetto per la nostra religione”.

Per chi tornava in piazza Tahrir ieri, il fumo e l’odore acre dei lacrimogeni ricordavano in misura ridotta le proteste dello scorso autunno, quando l’obiettivo dei manifestanti era la fine della supremazia dei militari durante la travagliata transizione democratica. Ad avvalorare il triste déjà vu c’erano anche le sassaiole, le molotov e gli assalti alle camionette della polizia poi portate in trionfo per la piazza. Così si sono rivisti anche gli uomini con gli spruzzini e l’aceto contro il bruciore dei gas, i medici volontari e i loro ospedali da campo sempre pronti a dare primo soccorso ai feriti.

Questa volta però a Tahrir al posto di centinaia di migliaia di persone c’erano le auto in fila e i negozi aperti. La maggior parte degli egiziani è rimasta a casa ad assistere a una protesta che sembra inspiegabile. L’opinione pubblica è divisa: gli attivisti rivoluzionari parlano di una situazione priva di senso e puntano il dito sui salafiti per aver creato l’ennesima situazione violenta in un paese sempre molto vulnerabile. In piazza non ci sono né movimenti né partiti: gli ultras, a cui queste centinaia di giovani riottosi dicono di appartenere, non hanno preso parte ufficialmente alla protesta e parlano di “adesioni a titolo personale”. Persino i diversi partiti e i movimenti della galassia salafita negano di avere alcune responsabilità con gli scontri.

La confusione sembra regnare anche tra i Fratelli Musulmani, il movimento da cui il presidente Morsi proviene e che rappresenta la più grande forza politica del paese. Il capo di stato egiziano ieri durante la sua visita a Bruxelles ha garantito “che tutti gli organismi diplomatici e tutti gli stranieri verranno protetti” evitando però di condannare esplicitamente le violenze all’ambasciata. Un discorso cauto e di circostanza di un presidente che per ora non può permettersi nessuno strappo con il passato – le relazioni con gli Stati Uniti sono uno dei punti fondamentali per il risanamento delle disastrate casse egiziane – ma che non può nemmeno inimicarsi una parte del suo elettorato, i salafiti, a pochi mesi dalle elezioni parlamentari.

A dare una linea precisa ci ha pensato poi Khairat El Shater, il leader della fratellanza escluso dalle presidenziali, che ha espresso il suo disappunto sugli attacchi all’ambasciata in una lettera al New York Times. L’incertezza però resta anche alla luce della protesta contro il film di Bacile indetta dai Fratelli Musulmani oggi a Tahrir, poi cancellata. Una manifestazione che potrebbe aumentare la violenza in piazza e complicare ulteriormente le relazioni diplomatiche tra il Cairo e Washington.