La Procura di Milano vuole vederci chiaro sul tracollo di Banca Network Investimenti. Tanto che ha aperto un’inchiesta, senza titolo di reato nè indagati, sull’istituto in liquidazione coatta amministrativa dal 16 luglio 2012, dopo essere stato in amministrazione straordinaria a partire dal novembre 2011.

Sembra quindi destinato a far parlare ancora di sè il caso della banca che col suo collasso ha lasciato a piedi 69 dipendenti e messo in grosse difficoltà 28mila correntisti, oltre ad aver dato il colpo di grazia al suo principale azionista, la Sopaf, holding finanziaria dei Magnoni, clan familiare da sempre dietro alle quinte della finanza che conta con ruoli non secondari in operazioni come la scalata di Roberto Colaninno a Telecom Italia, ma anche, nel crac di Lehman Brothers, con Ruggero Magnoni che della banca d’affari americana è stato il presidente per l’Italia fino al fallimento.

Nei mesi scorsi, la magistratura milanese aveva ricevuto una nota informativa della Vigilanza della Banca d’Italia in base alla quale è stato aperto un fascicolo di indagine affidato al pm Roberto Pellicano. Tra i soci figuravano Sopaf (44,7%), De Agostini (15%), Banco Popolare (19,9%) e il gruppo francese Aviva. Da quanto si è saputo in questi giorni il pm ha contatti con i liquidatori Roberto Pincione e Giuseppe Santoni per avere informazioni precise riguardo la situazione patrimoniale della banca e capire se si configurano gli estremi per la dichiarazione dello stato di insolvenza.  La quota di Sopaf è per il 15,02% di Banca Network Investimenti in presa diretta e un restante 29,68% in via indiretta attraverso la scatola Petunia, che a sua volta ha il 49,99% di Bni,  ma il 51% dei diritti di voto è in capo ad Aviva.