Se si guardano i dati economici recenti di molti paesi africani il rischio è quello di restare abbagliati e non riuscire più a scorgere quello che rimane nell’ombra: terribili contraddizioni di un intero continente. Le ultime indicazioni riguardano Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Repubblica Centroafricana, sei nazioni riunite nella Comunità monetaria dell’Africa Centrale che secondo la comune banca centrale cresceranno quest’anno complessivamente del 5,7%, in accelerazione rispetto al + 5,1% del 2011. Ultimo tassello di un puzzle che disegna un area del globo in piena salute, almeno in apparenza. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che nel 2012 l’Africa a Sud del Sahara registrerà un incremento del prodotto interno lordo vicino al 6% e riuscirà ad attrarre investimenti esteri per 90 miliardi di dollari. In questo scenario spiccano paesi come la Nigeria, che con un tasso di crescita dell’8% e un rapporto debito/pil al 36% si avvia a superare il Sud Africa nel ruolo di prima economia del continente. Oppure il Ghana dove il Pil marcia a ritmi vicini al 9% annuo grazie a un forte sviluppo dell’industria locale dei servizi informatici, una sorta di piccola India africana. Persino il Ruanda, tristemente noto soprattutto per i terribili genocidi degli anni ’90 e fino a non molto tempo fa tra i paesi più poveri al mondo, scala posizioni su posizioni nella classifica globale della ricchezza. Altri pesi reduci da conflitti civili come Costa D’Avorio e Kenya galoppano a loro volta a ritmi di crescita vicini al 6% l’anno.

L’Economist ha recentemente stilato una classifica degli Stati che dovrebbero registrare la crescita più sostenuta tra il 2011 e il 2015. Sette su dieci sono africani con Etiopia e Mozambico (rispettivamente + 8,1 e + 7,7% annuo) a tirare la volata del Continente Nero preceduti solo da Cina ed India. Si iniziano così ad osservare fenomeni inimmaginabili fino a qualche anno fa impossibili come l’inizio di un’ondata migratoria di lavoratori altamente qualificati che si spostano dalla tormentata Europa ai paesi africani più dinamici. Le ragioni di questa primavera economica africana sono molteplici. Le alte quotazioni delle materie prime, petrolio in primis, garantiscono alti introiti ai paesi esportatori oltre che alle compagnie occidentali concessionarie. India, Brasile e soprattutto Cina stanno rafforzando la loro presenza nel continente, non solo acquistando prodotti ma spesso investendo direttamente sul posto. L’export africano verso i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ha così ormai soppiantato in larga parte quello verso l’Europa precipitato dal 40 al 20% del totale e di questi tempi essere meno dipendenti dal Vecchio Continente non può essere che un bene. Alcuni analisti inseriscono tra le cause del boom economico anche l’urbanizzazione che sta interessando molte aree dell’Africa e che viene accompagnato dallo sviluppo di reti di servizi ed infrastrutture. Processo che spiega, ad esempio, il forte progresso della telefonia mobile ormai arrivata a 700 milioni di utenti su una popolazione di circa un miliardo di persone.

Dietro il velo delle cifre scintillanti continua però spesso a celarsi una realtà di tutt’altro tenore. Dove la crescita economica non porta progresso, le popolazioni restano drammaticamente povere mentre le terre vengono spremute senza curarsi del domani.

La deforestazione avanza senza sosta, l’agricoltura “slash and burn”, letteralmente taglia e brucia, ha danneggiato seriamente due terzi delle terre coltivabili. Così i contadini africani che nel 1950 disponevano di oltre 13 ettari pro capite oggi si devono accontentare di poco più di 4 ettari. La corsa all’accaparramento di terre coltivabili da parte di Stati e imprese estere è ben raccontato nel libro di Giovanni Porzio “Un dollaro al giorno” che riporta alcuni dei casi più eclatanti. Come quello del Sudan che nonostante i milioni di abitanti che soffrono la fame ha ceduto 1,5 milioni di ettari ai paesi del Golfo Persico. Oppure i 2,8 milioni di ettari acquistati in Congo dalla Cina per produrre carburanti da olio di palma. Secondo stime dell’International Food Policy Research Institute di Washington dal 2006 sono stati ceduti terreni pari all’intera superficie coltivabile della Francia e firmati contratti per 30 miliardi di dollari. Può sembrare tanto come valore assoluto ma rapportato all’estensione complessiva significa che i terreni sono stati ceduti a prezzi irrisori.

Sembra dunque essere più che giustificato l’estremo scetticismo sui reali progressi compiuti dal continente di Raffaele Masto, giornalista, autore di diversi libri sul tema (da ultimo “Buongiorno Africa. Tra capitali cinesi e nuova società civile” edito da Bruno Mondadori) e autore del blog buongiornoafrica.it. “Non ci sono reali benefici per le popolazioni,“ spiega Masto, “i vantaggi e i proventi della crescita economica riguardano solo elite politiche onnivore che in Africa continuano a spadroneggiare, anche grazie al sostegno delle grandi potenze. “Quando la crescita è imponente qualche briciola arriva anche alla gente comune ma si tratta appunto di briciole”. Si costruiscono stadi, palazzi, simboli del potere insomma ma le baraccopoli restano baraccopoli e le popolazioni soffrono come e quanto prima. Esempio emblematico di questa situazione è quello della vendita delle terre a paesi non africani che le usano poi per coltivare prodotti destinati solo ad essere esportati mentre le popolazioni locali continuano a soffrire la fame. “E’ ovvio che se si vendono le terre l’economia, almeno nell’immediato, fa un balzo in avanti, aggiunge Masto, ma la realtà è che si continua a considerare l’Africa un semplice serbatoio di materie prime e mano d’opera a basso costo e non come un potenziale mercato”. Di fatto e come è già accaduto molte volte in passato le risorse dell’Africa stanno insomma finanziando il futuro assetto geopolitico del sistema mondo senza che reali e duraturi benefici per il continente.

Più o meno sulla stessa linea Alessio Fabbiano dell’Università Cattolica di Milano che spiega: “C’è crescita ma non sviluppo e c’è una cattiva distribuzioni delle risorse che rimangono in grandissima parte nella parte alta e già benestante della popolazione”. E’ vero che qualcosa si muove, la classe media si sta lentamente ingrossando ma è un processo limitato e molto al di sotto di quelle che sarebbero le potenzialità del paese. Non manca qualche esempio virtuoso, spiega Fabbiano, come alcuni investimenti nelle energie rinnovabili realizzati in Uganda o in Ruanda ma la quota di introiti ottenuti dalle esportazioni di materie prime che viene reinvestita in progetti utili per le popolazioni locali rimane davvero minima.