La governante, l’ex segretario (e vescovo) e il ghostwriter (e cardinale). L’inchiesta sui corvi del Vaticano si sarebbe allargata. Dal maggiordomo, che ha ottenuto i domiciliari alcuni giorni fa, al resto dell’entourage di papa Benedetto XVI. Gli indizi si sarebbero raccolti, spiega Repubblica, intorno a tre figure tra le più vicine, almeno fino agli ultimi mesi, al pontefice. Gli investigatori d’Oltretevere ci sarebbero arrivati anche grazie al materiale sequestrato a Paolo Gabriele, come l’i-Phone, grazie al quale l’inchiesta è riuscita ad avere sott’occhio agende, documenti, posta elettronica. 

Dunque secondo Repubblica in tre sono ora sotto inchiesta. Ma tutto viene smentito seccamente dalla Santa Sede, sia per voce del capo della sala stampa padre Federico Lombardi sia tramite la stessa Segreteria di Stato: “Essere ascoltati non significa essere indiziati. Sono notizie gravemente lesive”.

Secondo Repubblica, come detto, i “nuovi” sospettati sarebbero tre. Una sarebbe quella che viene definita la “governante” del papa, Ingrid Stampa, assistente di Joseph Ratzinger già dagli anni Novanta, quando il teologo tedesco era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il vecchio Sant’Uffizio. Molta cultura, musicista, è una delle persone più vicine al papa tanto che tempo fa Die Welt raccontava che veniva chiamata, da qualcuno, la “papessa“. I maligni riferiscono di una malcelata gelosia nei confronti di chiunque si avvicinasse troppo al pontefice. Ha spesso contribuito alla stesura dei testi del papa, anche perché è tra i pochissimi che riescono a decifrare la grafia di Ratzinger, che scrive con caratteri molto piccoli. Sullo sfondo un rapporto non idilliaco con il segretario di Benedetto XVI, padre Georg Gaenswein, al contrario di quanto accadeva con il predecessore, Josef Clemens.

Proprio lui, Clemens, è la seconda persona che sarebbe finita sotto la lente d’ingrandimento delle indagini coordinate da una commissione cardinalizia (composta da tre porporati) guidata dallo spagnolo Julian Herranz Casado, membro dell’Opus Dei, che nei giorni scorsi si era lasciato sfuggire che presto ci sarebbero state sorprese. Clemens, dunque: tedesco, 65 anni, commise un “errore di valutazione” quando decise di lasciare il ruolo di segretario di Ratzinger nel 2003, sicuro che non sarebbe stato lui ad essere eletto dal conclave che avrebbe dovuto decidere la successione di Giovanni Paolo II (morto poi due anni dopo). Errore di valutazione: chiese la promozione a vescovo, diventò segretario del Pontificio Consiglio per i Laici e allo stesso tempo fu nominato vescovo di Segerme, in Tunisia, una cosiddetta “sede titolare”, cioè una diocesi che non è una materiale residenza del prelato che quindi non “governa” propriamente la Chiesa di quella zona. Anche Clemens, quindi, non ha simpatie per il suo successore, padre Gaenswein. Il rapporto d’amicizia con Ratzinger era proseguito anche dopo che questi è salito al soglio pontificio, scrive Repubblica, ma si è interrotto all’improvviso alcuni mesi fa.

Si profila, fin qui, una storia che si fonda più su una gelosia personale per padre Georg – come sottolinea il quotidiano diretto da Mauro definendola invidia clericalis – che non su un vero e proprio scontro di potere ai vertici della gerarchia vaticana. L’ultima “riprova” sarebbe il coinvolgimento anche del cardinale Paolo Sardi, diacono di Santa Maria Ausiliatrice in via Tuscolana e patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Ma soprattutto principale collaboratore di Ratzinger nella redazione dei testi e dei discorsi. E’ una figura tutt’altro che secondaria: è stato vice camerlengo (il camerlengo è reggente della Santa Sede dal momento della morte del pontefice al termine del conclave). Ma anche sua eminenza Sardi non è più nella cerchia di collaboratori stretti di papa Ratzinger: ha dato le dimissioni all’inizio del 2011 per raggiunti limiti d’età. 

Tutt’e tre – Stampa, Clemens, Sardi – erano vicini al papa e per forza di cose avevano contatti con Gabriele. E’ un fatto, salvo il vero, che tutti sono stati allontanati negli ultimi mesi dalle stanze vicine agli appartamenti e agli uffici del pontefice. 

Ma tutto questo, compreso l’allontanamento, viene smentito in modo quasi sdegnato dalla Città del Vaticano: “Ho ripetuto molte volte che il fatto di essere sentiti da una commissione nel corso delle sue indagini non significa in alcun modo essere sospettati – ha dichiarato padre Federico Lombardi – Era ovvio che le tre persone indicate nell’articolo possano essere state ascoltate, ma ciò non dice nulla sul loro essere sospettate di corresponsabilità e complicità”. Secondo padre Lombardi l’articolo di Repubblica riprende un pezzo già uscito la scorsa settimana sulla versione online del Die Welt: “Non era stato ripreso finora dalla generalità della stampa tedescache ne aveva giustamente riconosciuto l’evidente parzialità e la grave responsabilità di indicare alcune persone come corresponsabili senza argomenti oggettivi – spiega il portavoce della Sala Stampa vaticana – Per questo non avevo ritenuto opportuno reagire ad esso con decisione”.

“La mia prudenza nel parlare delle indagini e delle persone è sempre stata motivata dalla stessa ragione – sottolinea padre Lombardi – Il rispetto del segreto sulle indagini e della comunicazione dei risultati da parte delle legittime istanze nel tempo e nel modo debito, opponendomi ad indiscrezioni parziali e incontrollate i cui risultati deleteri sono sempre evidenti”. Il minimo che si possa dire, continua il responsabile della comunicazione della Santa Sede, “è che ritengo gravissimo gettare simili sospetti su persone degne di rispetto, che hanno svolto con impegno molti anni di servizio totalmente dedicato alla persona del Santo Padre”.