Silvio Berlusconi ha vinto di misura in commissione di Vigilanza: 4 consiglieri a 3 (compreso l’ondivago De Laurentiis, Udc) per mantenere il controllo in Rai. Non s’accontenta. Vuole stravincere, e fregare il governo, attendista e prudente in materia televisiva. L’ordine di servizio viene smistato attraverso ex ministri e capigruppo: “Fate saltare i nervi in bicamerale, non votate il presidente Anna Maria Tarantola. Se vogliono cambiare i vertici di viale Mazzini, non devono forzare: niente poteri straordinari, niente azzeramenti dei partiti”. Mario Monti ha sigillato la pratica Rai in conferenza stampa, ormai un mese fa, ma la Vigilanza – a maggioranza qualificata di due terzi – deve nominare l’ex vicedirettore generale di Banca d’Italia, amica del professore e del Vaticano. I numeri sono spietati: leghisti e berlusconiani sono decisivi. L’avvertimento esplicito arriva da Paolo Romani: “La competenza sulla Rai è del Parlamento, il governo è intervenuto al di fuori dalla legge. Ci stiamo ponendo seriamente il dubbio se dare o meno la fiducia a Tarantola martedì”.

IL PDL ha preparato una serie spigolosa di motivazioni per imbalsamare il rinnovamento: il governo ha esagerato a indicare presidente e direttore generale insieme, oltre al referente del Tesoro in Cda, Marco Pinto. Sarà necessario leggere una sentenza della Corte costituzionale o gli articoli di una legge ancora in vigore, quella che porta il nome di Maurizio Gasparri? In sintesi: giù le mani, la Rai è roba dei partiti. Anche fisicamente. Persino simbolicamente. Raccontano che ieri mattina, trascinando un paio di scatoloni e un cestino di penne e matite, l’ex missino Guglielmo Rositani, berlusconiano in tarda età, abbia occupato la stanza più nobile del settimo piano di viale Mazzini. Quella che fu di Nino Rizzo Nervo, il consigliere più esperto e combattivo, dimessosi in gennaio per non traccheggiare sul barcone di Paolo Garimberti e Lorenza Lei. Il trasloco coatto – lasciando fuori il segretario del Cda – è una prova di superbia per dimostrare che il Cavaliere, e le sue falangi, non aspettano e non cedono nulla. Rositani ha già annunciato una conferenza stampa per la prossima settimana, quasi in contemporanea con il passaggio in Vigilanza su Tarantola. L’ex sindaco di Varapodio (Reggio Calabria), ex assessore e senatore di Rieti, vuole protestare. A 74 anni non accetta di svolgere ruoli marginali: guai se la Tarantola avesse più deleghe operative o la procura per firmare contratti sino a dieci milioni di euro. O meglio: guai se la Rai fosse un’azienda autonoma e funzionante. I berlusconiani non possono saziarsi con le briciole – le nomine per i direttori di canali e telegiornali – e temono il governo. Palazzo Chigi ha un piano strategico tutt’altro che morbido: via i rami secchi, cioè le società pesanti come Raiway che gestisce le frequenze; via Alberto Maccari (Tg1, fidatissimo di B.), Mauro Mazza (Rai1, sempre vicino al Pdl), Pasquale D’Alessandro (Rai2, leghista) e forse Corradino Mineo (Rainews). Fare ipotesi sui sostituiti è semplice gioco d’azzardo. Ci sarà l’inferno sino a ottobre, il primo momento utile per una rivoluzione non tanto morbida. Eppure basta lanciare qualche nome per il Tg1 – da Lilli Gruber a Mario Calabresi, da Mario Orfeo a Marcello Sorgi – per scatenare la furia del Cavaliere. Non perché siano un gruppo di giornalisti ostili, ma perché le garanzie di Minzolini e Maccari non le offre nessuno.

POI ci sono i palinsesti autunnali, mai sfiorati per anni, tranne qualche epurazione che soddisfaceva il centrodestra. Il governo predica (e prega) per una televisione pubblica pluralista e imparziale: dunque, Giuliano Ferrara potrebbe riscoprirsi disoccupato. Il nuovo Cda, quasi in perfetto equilibrio, verrà orientato dagli umori di De Laurentiis (Udc). Il console abruzzese di Pier Ferdinando Casini non vuole passare tre anni in Rai contando come un euro bucato. E per magia, e interessi, rinasce alleato di Rositani (e di Verro e Todini) contro la riforma statuaria di viale Mazzini.

E in fondo, ci vuole coraggio a negarlo, a nessuno piace tornare in viale Mazzini con lo stipendio a 66mila euro e non più a centomila, orfano di autista e privilegi. De Laurentiis, previdente, ieri si è trasferito nel pomposo ufficio di Giovanna Bianchi Clerici. Ovviamente non ha chiesto il permesso. Era vuoto. E ha fatto centro.

da Il Fatto Quotidiano del 7 luglio 2012