Galvanizzati dall’editto d’incitamento presidenziale, un pamphlet risorgimentale che parte dall’unità di Italia e arriva a destinazione a Kiev con il ricordo in conferenza stampa di Buffon per suoi bisnonni morti sul Piave, l’Italia (calcistica e non solo) cerca di risorgere stasera a Kiev nella finale di Euro 2012 contro la temibilissima Spagna. Solo un mese fa, la nazionale che perdeva 0-3 in amichevole contro la Russia era immersa nell’ennesimo scandalo scommesse, tra perquisizioni all’alba nel ritiro e convocazioni basate sui doppi pesi e misure di un incerto codice etico, cui sarebbero seguiti proclami antirazzisti mai assolti e battutacce omofobe assortite. Alla vigilia di Spagna-Italia, la stessa squadra è diventata invece la faccia pulita di un Paese che, all’insegna di serietà e sobrietà, cerca di redimersi dalla sua crisi, morale ed economica, e dagli scandali del suo calcio.

Cittadini, coinquilini, condomini e affini – li convocherebbe Totò – stasera davanti ai maxischermi nelle piazze e nelle città dimentichiamoci di scommesse, omofobia e razzismo e stringiamoci tutti a coorte, che Italia chiamò. Per la quinta finale in venti anni. Era l’11 luglio 1982 quando a Madrid l’Italia vinse il Mondiale, 3-1 contro la Germania. Poi la finale del Mondiale ‘94 persa ai rigori col Brasile e l’Europeo 2000 sfumato per il golden gol di Trezeguet. Di nuovo sul tetto del mondo nel 2006, ai rigori contro la Francia. E sempre, quando gli azzurri hanno vinto, la spedizione è stata preceduta dagli scandali: Totonero nel 1982 e Calciopoli nel 2006. Oggi quindi la cabala, l’ennesimo scandalo, e il cuore, dicono Italia. Ma la ragione dice Spagna, con le furie rosse che, dopo l’Europeo 2008 e il Mondiale 2010, cercano stasera a Kiev un tris mai riuscito a nessuno che ne farebbe, piaccia o meno, la nazionale più forte di sempre.

L’Italia di Prandelli si troverà di fronte i maestri del tika-taka: il gioco fatto di possesso palla continuo, assoluto e totalitario che ha permesso al Barcellona di dominare nell’Europa dei club in questi anni. In questo Europeo – ci ricorda lo storico John Foot – hanno fatto in media 692 passaggi a partita senza quasi mai tirare in porta: un tiro ogni 43 passaggi. Nelle 9 partite a eliminazione diretta degli ultimi tre tornei, due dei quali vinti, non hanno mai subito una rete, ma hanno segnato pochissimo: 10 gol con 2 pareggi 0-0 e 5 vittorie 1-0. A dimostrazione che la noia e la gioia corrono sul medesimo filo. Giocano con un finto centravanti, Fabregas, che all’Arsenal faceva il regista e che nel progetto guardiolista è stato trasformato in attaccante. Perché questa Spagna di Del Bosque è costruita interamente sulla squadra creata dal sogno di Guardiola.

Oltre a Fabregas saranno titolari stasera Piqué, Xavi, Busquetes e Iniesta: cinque undicesimi del Barça. E solo perché Villa è infortunato e Pedro e Valdes sono in panchina. Il cosiddetto ‘blocco’ Barcellona della Spagna s’inserisce nella tradizione dei grandi blocchi trasferiti dalle vincenti squadre di club alle nazionali. Dalla Honved degli anni ’50 travasata nella nazionale ungherese finalista ai Mondiali del ’54, al Benfica che è nel Portogallo semifinalista al Mondiale del ’66, fino all’Ajax che negli anni ’70 si fa Olanda (due finali mondiali perse) nello stesso periodo in cui il Bayern Monaco è Germania (una vinta). E oggi la Spagna barcellonista, che si troverà di fronte un’Italia… juventina. Perché i blocchi azzurri – escluso il Grande Torino negli anni ’40 – sono invece stati sempre e solo bianconeri.

A cominciare dal Mondiale ’34 fino a quelli del ’78, dell’82 e del 2006. Fino a stasera. In campo a Kiev il c.t. Prandelli (che nella Juve giocò) schiera quattro quinti della difesa campione d’Italia – Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini – e due terzi del centrocampo – Pirlo e Marchisio – più Giaccherini, e Giovinco, in panchina. Solida e compatta in difesa come la squadra di Conte, questa Italia può contare, fuori dal blocco Juve, su due mezzi fuoriclasse in attacco: uno non del tutto esploso come Cassano e uno sul punto di esplodere definitivamente come Balotelli, simbolo di un’Italia che sta cambiando. A loro il compito decidere se lo strapotere spagnolo/barcellonista sarà ricordato come il più vincente di tutti i tempi o come uno dei tanti che ha fatto la piccola grande storia del calcio.

E intanto l’Italia si stringe a coorte. Dal Presidente della Repubblica che scrive lettere d’incitamento al Primo Ministro Monti che sarà in tribuna a Kiev, per la prima volta in questo Euro 2012. Dai maxischermi allestiti nelle zone terremotate dell’Emilia a quelli nelle piazze delle città e delle località balneari, dalle telecronache che segnano record di ascolti ai cinquemila allo stadio a Kiev. Tra riti, scaramanzie e scongiuri, il paese cercherà stasera la luce in fondo al tunnel della crisi e degli scandali nel nome di Balotelli: italiano da sempre ma per la legge da soli quattro anni. Anche questo è il potere magico del calcio, unire ciò che era diviso fino a ieri e che speriamo non lo sia di nuovo da domani. Perché, coppa o meno, la vittoria sarebbe che domani sia certificato il diritto di accoglienza e di cittadinanza finora negato ai figli della nuova Italia del capocannoniere di Euro 2012 Balotelli e di mamma Silvia. E anche e soprattutto di chi raccoglie pomodori, lava vetri o vende rose al semaforo, lavora nelle fabbriche e nelle botteghe, s’impegna per il suo paese come e quanto gli altri. Questa la vittoria, tutto il resto è divertimento.