Dopo poco più di un anno dal referendum sull’acqua, Hera ha annunciato la fusione con la veneta Acegas-Aps. La multiutility emiliana che gestisce acqua, gas, energia e rifiuti ha ora 90 giorni di tempo per trattare in esclusiva il progetto di aggregazione con la cugina del nord-est, altra grande azienda multiservizi con base a Trieste. Detta così potrebbe sembrare una normale operazione industriale, in realtà le cose sono più complicate. A cominciare dal fatto che nel giugno 2011, 27 milioni di cittadini hanno votato sì ai due referendum sull’acqua, ed è invece di una decina di giorni fa la manifestazione nazionale dei comitati per l’acqua pubblica che ha portato a Roma migliaia di persone per denunciare “il tradimento della volontà referendaria espressa dalla maggioranza assoluta dei cittadini”. In poche parole la mancata ripubblicizzazione delle aziende che gestiscono il ciclo idrico.

Sia Hera che Acegas sono società per azioni a maggioranza pubblica: Hera con un 61% diviso tra i vari comuni emiliani e romagnoli. Acegas è invece controllata col 62% dal Comune di Padova e da quello di Trieste. La fusione tra i due gruppi porterebbe alla nascita di quello che già tutti chiamano la multiutility del nord-est, un colosso con affari anche in Serbia e Bulgaria. Una multinazionale che guarda ai Balcani per la propria espansione, e che nella regione vende e distribuisce gas . E infatti Acegas si propone come punto di riferimento per la gestione dei servizi di pubblica utilità “per tutto il Nord Est Italia e per i paesi dell’Europa dell’Est”.

Una fusione che non piace ai comitati per l’Acqua Bene Comune. “Che ne è stato del referendum? – attacca Andrea Caselli, coordinatore dei comitati emiliano-romagnoli – La maggioranza degli italiani ha votato per l’acqua pubblica e ora invece si progetta una multinazionale che nessun Comune potrà più controllare”. Da qui una serie di domande che i comitati hanno inviato a tutti i sindaci emiliano-romagnoli attraverso una lettera aperta e una richiesta di incontro. “Sanno i sindaci dell’Emilia-Romagna che questo è un ulteriore passo verso la privatizzazione dell’azienda che gestisce acqua-rifiuti ed energia?  E con strade diverse si va nella medesima  direzione che Alemanno sta percorrendo a Roma con Acea?”.

Se i comitati referendari non sono contenti, anche la politica inizia ad esprimere i propri dubbi. A Imola alcuni consiglieri hanno già avanzato una serie di perplessità. A cominciare da Simone Carapia, consigliere Pdl che in una nota ha rilevato come “in una società che si ingrandisce il peso dei Comuni più piccoli sulle decisioni aziendali diminuirebbe drasticamente”. Silenzio assoluto invece dal sindaco di Bologna Virginio Merola, che col suo 18% è l’azionista numero uno in Hera.

Ad essere invece soddisfatto è invece il governatore del Veneto Luca Zaia. “Il mercato regola il mercato – ha spiegato Zaia aggiungendo di non aver nessun timore perché “l’importante è che i cittadini paghino meno i servizi”. Il sindaco di Imola Daniele Manca, numero uno del patto di sindacato pubblico che controlla Hera, ha parlato di “un passo importante e significativo”, aggiungendo però di non potere fornire altri dettagli. “C’è un vincolo di riservatezza, ma insisto nel dire che si tratta di un progetto molto positivo, di grande interesse nazionale per il sistema dei servizi pubblici e per la dinamicità del settore. Adesso lavoreranno le due aziende, accompagnate dagli azionisti di riferimento”. Da qui l’ira dei comitati referendari che chiedono a gran voce di conoscere i dettagli di un’operazione che per loro porterà direttamente alla privatizzazione dell’acqua di tutto il nord-est. “I sindaci emiliano romagnoli – si chiedono i referendari in una lettera aperta – hanno intenzione di avviare immediatamente una istruttoria pubblica, di fare la discussione nei consigli comunali portando tutti gli elementi conoscitivi del caso e di avviare la consultazione dei cittadini?”. A sentire la parole di Manca almeno per i prossimi 90 giorni tutte le trattative procederanno nel massimo riserbo.

Ultima questione, ma non meno importante, quella della sede della nuova società. Acegas vorrebbe che la direzione del nuovo gruppo restasse a Trieste, ipotesi che difficilmente incontrerà il favore di Hera visto le dimensioni del colosso emiliano, 5 volte più grande della cugina veneta-triestina. “Se la sede della nuova azienda si spostasse fuori dal Friuli Venezia-Giulia – spiega all’agenzia Reuters il consigliere regionale del Pdl friulano Alessandro Calautti – perderemmo le compartecipazioni sul gettito delle attività generate sul territorio come Iva e Irpef. Soldi di cui la nostra regione a statuto speciale ha bisogno per assicurare tutti i servizi ai cittadini. Senza i soldi che arrivano da Acegas-Aps sarà difficile farlo”.