Ho avuto recentemente l’onore di essere, insieme al compagno e amico Luciano Vasapollo, professore universitario da sempre impegnato nella ricerca militante e nelle lotte sociali, fra gli organizzatori dell’incontro tra il presidente della Repubblica plurinazionale della Bolivia, Evo Morales, e i rappresentanti dei movimenti sociali italiani.

E’ stato un incontro importante, dal quale sono scaturiti spunti di riflessione e insegnamenti a mio avviso validi anche per una situazione come quella italiana, così differente, da tanti punti di vista, da quella boliviana. Uno dei punti toccati da Evo nel suo intervento, con il quale ha ricostruito con la consueta semplicità e capacità comunicativa il suo itinerario da leader comunitario a presidente della Repubblica, è stato quello del rapporto con la politica. “Quand’ero un giovane lavoratore indigeno dell’altopiano – ha raccontato Evo – la politica da un lato ci sembrava una cosa sporca, appannaggio esclusivo di un ceto di mezzi delinquenti e traffichini senza scrupoli. Dall’altro, era un affare assolutamente vietato, a pena di sanzioni di ogni genere, agli indigeni, i quali, secondo la mentalità dell’allora classe dirigente boliviana, dovevano dedicarsi a pala y pico, pala e piccone, e abbandonare ogni velleità di confrontarsi con problematiche e attività più complesse”.

“Mai avrei potuto immaginare – ha proseguito il presidente boliviano – che sarei diventato prima un deputato e poi addirittura presidente della Repubblica”. Eppure ha dovuto farlo, per dare espressione alle rivendicazioni della grande maggioranza del popolo, quella che la Costituzione boliviana qualifica come nación originaria indígena y campesina (nazione originaria indigena e contadina).

E’ nel nome di questa maggioranza che Evo ha governato bene il Paese in questi ultimi quattro anni e il primo dato indiscutibile è la stabilità istituzionale finalmente raggiunta, dopo che nell’ultimo anno precedente alle elezioni presidenziali che gli diedero la vittoria si erano alternati circa cinque differenti governi.  Nuove frontiere della democrazia con lo spazio dato, nella Costituzione del 2009, alla rappresentanza delle minoranze e a forme di democrazia diretta, come la possibilità di revocare i deputati che non si comportino bene e i referendum.  Ancora l’affermazione del principio della salvaguardia dei beni comuni e dei servizi sociali ad essi afferenti: non dimentichiamo che Evo si è affermato dopo la rivolta popolare contro la privatizzazione dell’acqua.

Poi,  il risanamento dei conti pubblici ottenuto grazie alla nazionalizzazione delle risorse, in primo luogo gli idrocarburi, a spese delle multinazionali parassitarie. Se prima queste ultime si prendevano l’82% dei ricavi lasciando il 18% ai boliviani, oggi il rapporto si è invertito: 82% ai boliviani e 18% , in taluni casi anche meno, alle multinazionali. Le somme così recuperate sono state investite a beneficio dei settori più poveri, per garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali gravemente trascurati dal vecchio regime neocoloniale. E per finire, la forte autoriduzione delle spettanze dei membri del governo a fronte di un notevole incremento dei salari. Il tutto sotto l’occhio vigile del grande fratello statunitense che ha già tentato un colpo di Stato contro la nuova Bolivia e continua a tramare nell’ombra. Del resto, come ha ricordato Evo con una battuta, l’unico Stato del continente americano che non abbia subito colpi di Stato sono gli Stati Uniti, per la semplice ragione che non ospitano alcun ambasciatore statunitense…

Qualche insegnamento valido anche per noi da questo racconto si può sicuramente trarre. Primo, occorre fare politica, superando disgusto e repressione, altrimenti sarà la politica a farsi noi, come ha ricordato di recente Beppe Grillo. Secondo, sono necessarie estensioni della democrazia, ampliando e rendendo più funzionale  la rappresentanza politica e introducendo forme di partecipazione e democrazia diretta. Terzo, la nazionalizzazione e redistribuzione delle risorse costituiscono passaggi fondamentali anche per contrastare la crisi economica e i deficit e l’indebitamento degli Stati. Dal laboratorio latino-americano, quindi, continuano a venire stimoli interessanti e importanti anche per noi europei. A condizione , beninteso, di superare un po’ di quella di boria e l’infondato sentimento di superiorità  che a volte purtroppo ci contraddistinguono.