Clandestino. E’ una parola in cui si è soliti racchiudere intere esistenze. Vite inscatolate in un termine. E’ come se a ogni persona, approdata in Italia clandestinamente, la “società civile” offrisse una nuova identità: la signora o il signor clandestino. Un nuovo documento d’identità capace di fornire persino un volto nuovo di solito con capelli ricci e pelle nera.

Una carta d’identità con la scritta: Clandestino. E al posto di cosa? Della professione? Della nazionalità? Della residenza? Del nome? Del cognome?

Clandestino. Per molti italiani, solo questo era Rachid.

Lo conobbi per caso un pomeriggio del 1994 a Genova. Ci fermammo a scambiare due parole e mi raccontò di sé. Era un attore algerino e tre mesi prima, nel suo Paese aveva preso parte a uno spettacolo che suscitò le ire di alcuni terroristi. Le ripercussioni furono estreme e tutti gli attori della sua compagnia furono uccisi. Lui scampò al massacro perché non era in casa quella sera. I parenti si mobilitarono e la zia, emigrata a Genova, gli disse di raggiungerla in Italia: “Ci penso io a nasconderti.”

Rachid lasciò l’Algeria e da clandestino arrivò a Genova dove la zia lo nascose in una cantina. Trascorse in quella “tana” tre mesi, senza mai uscire. “Un inferno” mi disse. Il pomeriggio che ci incontrammo, Rachid aveva deciso di emergere dal suo isolamento. Non parlammo a lungo, aveva paura di farsi vedere in giro, qualcuno avrebbe potuto segnalare la sua presenza ai terroristi. Nel corso di quell’anno ci rivedemmo ancora una volta e al termine della chiacchierata mi confidò l’idea di tornare in Algeria. “In Italia non ho futuro. Sono clandestino, un po’ per scelta un po’ per forza. Non ho diritto all’asilo politico, sono senza lavoro e non ho soldi in tasca; e poi cosa ci faccio chiuso in un buco come un verme? Ritorno in Algeria.”

Da quel giorno di lui non ebbi più notizie. Prima di salutarci però mi scrisse una lettera, pregandomi di renderla pubblica.

“Io abitavo in un paese che si chiama Algeria.

Amo la vita e amo quello che faccio.

Il mio lavoro è un messaggio per il mio popolo.

In un paese che sta lottando per una causa giusta che si chiama democrazia, mi hanno condannato a morte perché le mie idee sono diverse dalle loro.

Mi hanno condannato perché sono un uomo di teatro.

Mi hanno condannato a morte perché mi esprimo attraverso il mio lavoro, perché ho detto quello che penso di questi fondamentalisti che hanno monopolizzato la religione.

Adesso sono in un paese che si chiama Italia e sa cosa significa democrazia e cosa significa emigrazione: fuggire da un inferno per trovare un altro inferno.

Grazie.”