Alessandro Profumo, il banchiere preferito dal Pd, va a processo per frode fiscale. Il suo collega Massimo Ponzellini, amicone di Bossi e Tremonti, è accusato di aver preso mazzette in cambio di prestiti. Mentre l’ex capo dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, appena licenziato dal Vaticano, ieri si è visto perquisire casa e ufficio dai pm che indagano sulle mazzette a Finmeccanica.

Nell’arco di pochi giorni, tre manager del credito lontanissimi l’uno dall’altro per stile, cultura e curriculum, sono finiti al centro delle cronache giudiziarie. La recente sentenza d’Appello sulla scalata alla Bnl dell’estate 2005 ci insegna che a volte anche comportamenti qualificati come illeciti da indagini lunghe e complesse poi non reggono alla prova di un processo penale. Certo però fa impressione vedere una terzetto di banchieri importanti cadere dal piedistallo uno dietro l’altro. Non è una semplice coincidenza.

Piuttosto, le disavventure di Profumo e degli altri servono a mandare una volta per tutte in frantumi la favola che tante volte ci siamo sentiti raccontare negli anni scorsi. Quella che mentre la politica rubava a man bassa, nelle stanze ovattate degli istituti di credito, affidati a una scelta compagnia di galantuomini, tutto andava per il meglio. Di più: mentre i banchieri anglosassoni perdevano il posto (e la faccia) travolti dalle loro folli speculazioni, i loro colleghi italiani si sono salvati grazie a una gestione prudente. Adesso però scopriamo che molti di loro avrebbero gonfiato gli utili dribblando le tasse con operazioni quantomeno discutibili.

Intanto, la tempesta dell’euro e del debito pubblico scuote dalle fondamenta le cattedrali del capitalismo tricolore. La crisi del sistema Mediobanca, con tanto di ribaltone nel satellite più importante, le Generali, le difficoltà di molte fondazioni bancarie, la spaventosa rete di conflitti d’interesse che avvolge il dissesto dei Ligresti appaiono come le manifestazioni più evidenti di un sistema che sembra più vicino al tracollo.

E dei banchieri italiani campioni di prudenza nessuno parla più.

Il Fatto Quotidiano, 6 Giugno 2012