La Cina è un paese la cui energia dipende ancora interamente dall’importazione di petrolio e dal carbone. Nonostante il prossimo piano quinquennale sia stato lanciato all’insegna dell’economia verde, dal mese di maggio il paese ha dato una spinta decisiva al nucleare. Dopo la crisi di Fukushima, anche secondo gli esperti internazionali, la Cina aveva messo al primo punto della propria agenda la sicurezza degli impianti. Ora pare che tutto possa procedere. Anche perché la domanda di energia è destinata a crescere: secondo alcune stime il consumo di elettricità del Dragone potrebbe arrivare a 8.500 terawatt/ora entro il 2020 rispetto ai circa 4.700 terawatt/ora del 2011.

Secondo quanto riportato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, nel 2011 la Cina disponeva di 13 centrali attive mentre 28 erano in costruzione: dopo l’incidente giapponese, Pechino ha speso 30 miliardi di yuan (4,7 miliardi di dollari) per migliorare la sua industria nucleare. Tuttavia entro la fine di quest’anno, due nuovi reattori – uno a Hongyanhe, nella provincia del Liaoning e uno a Ningde, nella provincia del Fujian – andranno in funzione. 

Oggi, infatti, ad oltre un anno di distanza dall’incidente di Fukushima la Cina sembra aver deciso la strada da seguire. Come riportato da esperti sul South China Morning Post, “la mossa riprova ancora una volta la determinazione di Pechino nel perseguire l’espansione della sua industria nucleare”. Conferma giunta anche da Yang Fuqiang, un consigliere nel settore energetico presso l’ufficio del Consiglio per la Difesa delle risorse naturali a Pechino che ai media locali ha dichiarato che “l’approvazione del piano per la sicurezza da parte del Consiglio di Stato è un chiaro segno del fatto che Pechino è pronta a ricominciare l’approvazione delle nuove centrali nucleari, nonostante le diffuse preoccupazioni del pubblico sui rischi per la sicurezza dell’energia nucleare”.

Gli esperti locali giurano che in caso di problemi le centrali cinesi sarebbero al sicuro. Il 18 maggio scorso però il China Daily proponeva le opinioni di analisti esterni che non arrivavano alle medesime conclusioni dei colleghi cinesi, anzi. Intanto è bene precisare che la formazione del personale dedito alle centrali, di solito richiede dai quattro agli otto anni. “La Cina oggi ha circa mille esperti nucleari, ma avrà bisogno di averne 4mila entro il 2020”, ha affermato Donald Hoffman, presidente di Excel Services Corp, un fornitore di servizi di regolamentazione e di ingegneria nucleare statunitense. “L’energia nucleare è ancora immatura rispetto ad altre fonti energetiche”, secondo Steve Kidd, vice direttore generale della World Nuclear Association, che ha aggiunto come l’incidente di Fukushima abbia fatto aumentare i costi di costruzione di nuovi reattori.

La Cina secondo la World Nuclear Association ha una capacità complessiva di circa 11,9 gigawatt. Prima di Fukushima, la capacità nucleare della Cina avrebbe dovuto raggiungere 80 gigawatt entro il 2020. Il rallentamento post-Fukushima, ha fatto dire a molti analisti che la capacità prevista dal paese probabilmente sarà abbassata a 60-70 gigawatt entro il 2020.

E’ un piatto ricco per le aziende statali locali, perché i cinesi – come scritto dal Wall Street Journal – hanno anche “il vantaggio di produrre parte della tecnologia per reattori nucleari su larga scala, dato che cercano di diventare competitivi a livello globale e sostenere l’occupazione interna”.

Il Paese nel frattempo, è pronto ad un nuovo pacchetto di stimoli, più specifico e meno globale di quello varato nel 2008 (di 585 miliardi di dollari): questa volta il Consiglio di Stato ha deciso politiche di sostegno per settori. La National Development and Reform Commission, ovvero l’organismo statale che pianifica la strategia economica del paese, ha approvato decine di importanti progetti di nuove infrastrutture fin dal mese scorso, tra cui finanziamenti per energia pulita attraverso centrali idroelettriche, quattro nuovi aeroporti e tre ristrutturazioni o ampliamenti di grandi acciaierie. Tra le misure anche tagli fiscali mirati e una specifica attenzione al nucleare. E’ la Nuovissima Cina ai tempi della crisi.

di Simone Pieranni