Dopo l’arresto ieri di Paolo Gabriele, ‘aiutante di camera’ della famiglia pontificia, torna di attualità il tema dell’atteggiamento del Vaticano sulle notizie che lo riguardano e al quale, il 22 maggio scorso, ho dedicato l’articolo che segue. ML

“Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo… si fa peggio”. Il Conte zio di manzoniana memoria, ha ispirato la Santa Sede nella sua reazione alla pubblicazione di documenti inediti da parte del Fatto Quotidiano e del libro Sua Santità di Gianluigi Nuzzi. Certe cose, spiegava il Conte zio al Padre provinciale, vanno seppellite ed è stato esattamente quello che la Santa Sede, sotto la guida del Segretario di Stato Tarcisio Bertone, ha deciso di fare con gli scandali documentati articolo dopo articolo, documento su documento, su queste pagine negli ultimi mesi.

Il mestiere del giornalista è evidentemente diverso da quello del cardinale e forse non si può pretendere che in Curia si osservino le regole di trasparenza e responsabilità che vigono nelle società democratiche. Eppure, la reazione delle gerarchie ecclesiastiche di fronte ai fatti gravi che siamo riusciti a documentare è davvero inadeguata.

La ricetta del Conte zio poteva forse andar bene ai tempi del Manzoni, ma non è più sostenibile nell’era della comunicazione globale. Proviamo a ricapitolare: sul Fatto Quotidiano abbiamo pubblicato per la prima volta i seguenti documenti:

1) la nota in tedesco sulle presunte rivelazioni dell’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, consegnata dal cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos al segretario del Papa nella quale veniva ipotizzato un complotto omicidiario ai danni di Ratzinger

2) la lettera nella quale l’ex segretario del Governatorato, monsignor Carlo Maria Viganò, denunciava furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella;

3) la lettera di fuoco sulla lotta per la poltrona dell’Istituto Toniolo di Milano, nella quale il cardinale Dionigi Tettamanzi veniva sfrattato da Bertone con un ultimatum che sarebbe stato benedetto, a suo dire, dal Papa. Lettera seguita da una replica di fuoco al Papa di Tettamanzi;

4) la raccomandazione del capo di Comunione e Liberazione don Julian Carrón a favore del cardinale ciellino Angelo Scola per sponsorizzare la sua nomina ad arcivescovo di Milano anche per la vicinanza al centro-destra. Lettera seguita da quella in cui Bertone garantisce la presenza del Papa al meeting di CL a Rimini;

5) le mail del cardinale Attilio Nicora, presidente dell’AIF, l’autorità anti-riciclaggio vaticana, nella quale si descriveva il dietrofront del Vaticano sulla legge anti-riciclaggio;

6) il memo concordato dal presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi con il ministro di allora, Giulio Tremonti, per attutire gli effetti sulle casse vaticane dell’offensiva europea per abolire le agevolazioni Ici (Il Fatto del 20 febbraio 2012);

7) la lettera dell’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo al presidente della Cei Angelo Bagnasco nella quale l’ex direttore dell’Avvenire minacciava di rivelare il ruolo svolto dal direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian nella pubblicazione degli articoli diffamatori sulla presunta omosessualità di Boffo da parte del Giornale di Feltri. Questi documenti sono riproposti con l’aggiunta di altre carte riservate nel libro di Gianluigi Nuzzi, la cui pubblicazione da parte di Chiarelettere, ha indotto la Santa Sede a emanare un comunicato nel quale si annuncia una denuncia penale: “La nuova pubblicazione di documenti della Santa Sede e di documenti privati del Santo Padre non si presenta più come una discutibile e obiettivamente diffamatoria iniziativa giornalistica, ma assume chiaramente i caratteri di un atto criminoso”.

Il Vaticano nel suo comunicato non esclude persino il ricorso alla “cooperazione internazionale”. A prima vista l’inchiesta della gendarmeria vaticana e forse, mediante la “cooperazione internazionale” anche della Polizia italiana per perseguire i giornalisti e le loro fonti potrebbe sembrare eccessiva. In realtà è la necessaria e logica conseguenza della scelta della Santa Sede di lasciare le cose come stanno.

Quando Dino Boffo accusa Gian Maria Vian di avere passato al Giornale la velina falsa contro di lui, quando il segretario del Governatorato accusa il direttore dei Musei Vaticani di coprire i ladri, quando il presidente del Toniolo sospetta il segretario di Stato di millantare il mandato del Papa, non si può far finta di nulla. Oggi gli accusatori (Viganò e Boffo) dopo avere scritto cose gravissime su Vian e monsignor Nicolini, sono stati promossi rispettivamente nunzio a New York e direttore della tv del Vaticano. Gli accusati sono al loro posto, come l’arcivescovo Romeo. Per il Vaticano, semplicemente, non è successo nulla, nonostante tutti i segreti siano stati svelati.

Ecco perché la denuncia è in fondo la logica conseguenza della politica dello struzzo. Il Conte zio poteva permettersi di suggerire: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”. Ma allora nessuno pubblicava le lettere del padre provinciale. Ora che invece tutto è uscito alla luce del sole, grazie anche al Fatto, il Vaticano, è stato costretto ad aggiornare la strategia: “Sopire troncare e denunciare”.

Il Fatto Quotidiano, 22 Maggio 2012