500 operai rischiano di rimanere a casa dopo il terremoto di sabato notte. A Sant’Agostino sono stati messi sotto sequestro i capannoni che hanno ceduto sotto l’ondata sussultoria del terremoto di 5.9. della scala Richter. Poco fuori il paese, le macerie della Tecnopress spa: 220 dipendenti, produzione di macchinari e pezzi di ricambio per l’industria della ceramica. Una parte della fabbrica si è sbriciolata alle 4.04 di domenica 20 maggio e sotto le macerie è rimasto Gerardo Cesaro, da un paio d’anni operaio in quello stabilimento. Oggi l’azienda è rimasta chiusa, l’intera area di crollo è stata posta sotto sequestro e nessuno può più avvicinarsi ai detriti. I colleghi di Cesaro però si assiepano fuori dalle rete che contornano la grande fabbrica tra i campi di barbabietole e asparagi. “Nella parte caduta si facevano pezzi più piccoli e c’erano circa 13 presse”, spiega un ragazzo che da una decina d’anni lavora per Tecnopress, “quel capannone lì che ha ceduto è stato costruito tra gli anni sessanta e settanta. Non ci spieghiamo come possa aver ceduto così. Ora però il problema si allarga anche a noi, perché rischiami di rimanere a casa per almeno sei mesi”.

Dello stesso tenore le parole che si registrano fuori dall’imponente stabilimento delle Ceramiche Sant’Agostino: 360 dipendenti e un volume d’affari molto elevato. Il magazzino bianco e blu che ha inghiottito i corpi di Nicola Cavicchi e Leonardo Ansaloni, e la cui immagine ha fatto il giro del mondo, è stato costruito non più di otto anni fa. Anche qui il rischio è che tra sequestro delle autorità e ripresa dei lavori in sicurezza, per gli operai si dovranno attendere parecchi mesi. Del resto, anche il sindaco di Sant’Agostino ha dichiarato: “Il vero problema per il nostro comune sono le aziende. Gli imprenditori rischiano di saltare in aria e i lavoratori di non venire pagati”.

“Sono caduti i palazzi storici costruiti oltre 300 anni fa e i capannoni costruiti negli anni più recenti”, lamenta un ragazzo davanti ad uno dei centri della Protezione Civile a Finale Emilia. E l’impatto visivo proprio nei luoghi dove hanno perso la vita Tarik Naouch, Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni e Gerardo Cesaro, sembra davvero da fine del mondo. “In molti fabbricati non c’erano nemmeno le travi centrali”, si dispera un ragazzo che conosceva una delle vittime dei crolli. Altrimenti un terremoto che nella scala Richter si è avvicinato ai valori di quello de L’Aquila, qui nella bassa padana non avrebbe mietuto vittime. “La rabbia è quella di non avere interrotto questi maledetti turni di notte dopo la prima avvisaglia dell’una e trenta”, spiega una ragazza di Finale.

”Bisognerà capire cosa è accaduto sulla base delle verifiche”. Il presidente della Regione Emilia Romagna, e della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, è intervenuto così a Radio Anch’io sulla questione delle fabbriche crollate per il terremoto che ha colpito la zona di Modena e di Ferrara. “Dovremo fare delle valutazioni – ha aggiunto – ma sulla base di dati reali. Ci saranno delle verifiche e solo così si capirà cosa è successo veramente”.

Errani lo dice tra le macerie di Finale Emilia, San Felice sul Panaro e Sant’Agostino, i tre paesi, dove ogni passante per far capire cos’è successo dice: “Il rumore del terremoto non ce lo dimenticheremo per il resto della vita”. Un suono grave che arriva dalle viscere della terra e in piena notte ti sveglia lasciandoti incredulo ed impaurito. Le scosse di assestamento dopo il grande boato di domenica notte (5.9 Richter, 6 chilometri di profondità) stanno lentamente attenuandosi, ma il timore che si legge nei volti tirati degli abitanti della bassa modenese e ferrarese non lascia dubbi.

Sette il bilancio ormai definitivo delle vittime e danni evidenti  agli edifici più antichi come a qualche casolare di campagna. Il terremoto del 20 maggio 2012 lascia profonde ferite esteriori e anche parecchi dubbi rispetto alle morti che per molti abitanti di questo spicchio di Pianura Padana potevano essere evitate. Perché a parte le lesioni gravissime al patrimonio architettonico (la rocca di San Felice sul Panaro è quasi del tutto distrutta) la polemica è montata attorno al fatto che oltre alle tre donne morte di malore per lo spavento della scossa, i quattro uomini deceduti sono tutti operai rimasti sotto le macerie di capannoni industriali che si sono letteralmente sbriciolati.

Nuove scosse nel pomeriggio. Scosse di assestamento sono proseguite per tutta la nottata e anche nel pomeriggio. Violente, ma non hanno comunque provocato ulteriori danni alle strutture. 

5 mila sfollati: la situazione. I 5 mila sfollati che sono suddivisi in sei centri di accoglienza montati a tempo record dalla Protezione Civile tra San Felice (con due campi) e Finale (quattro) hanno passato la prima notte senza troppi problemi, se non quello della paura di non riuscire a tornare nelle proprie cose in tempi brevi. “Questa è una piccola cittadella”, spiega un responsabile della Protezione Civile di via Montegrappa a Finale – 250 persone in tenda e oltre 200 nella grande struttura agibile del campo sportivo, “ognuno ha il suo compito ed è chiaro chi comanda, qui non c’è caos”.

Ed è con orgoglio che si portano avanti i soccorsi e l’erogazione dei beni di prima necessità come cibo, acqua, coperte e soprattutto ombrelli e mantelle perché una fastidiosa pioggia cade ininterrottamente da stanotte. “Sono venuto a prestare opera di volontariato”, spiega un quarantenne che arriva da un paese vicino Bondeno assieme a sua moglie, “Oggi le scuole sono chiuse ed io sono un insegnante. Mi sembra giusto dare una mano in questo momento di difficoltà”.

Perché tra Finale e San Felice è evidente un senso di collettività spesso dimenticato dai media. La parola “aiuto” non sembra estranea. Infatti in questi paesi di campagna si uniscono naturalmente le forze degli abitanti storici del luogo e quelle dei nuovi migranti: pakistani, maghrebini e arabi che affollano le tendopoli e gli edifici agibili ritenuti tali dalla protezione civile, come un’intera scuola di San Felice sul Panaro che funge anche da mensa.

Ad esempio gli unici bar dove questa mattina presto sia la popolazione locale che le forze dell’ordine, che i volontari e anche gli stessi operatori dei media hanno potuto consumare una bevanda calda, sono due bar gestiti da immigrati cinesi: uno situato alle porte del centro storico di Finale Emilia l’altro proprio di fronte al Palazzo Municipale gravemente danneggiato a Sant’Agostino.

La compostezza la si rileva anche a Finale Emilia proprio davanti ad un mezzo dei vigili del fuoco dove attendono in fila almeno cento persone in attesa di lasciare i propri recapiti e sapere se la propria casa è agibile e se ci si può al più presto fare ritorno. “Ingegneri civili e vigili del fuoco stanno lavorando velocemente per capire la gravità delle lesioni nei muri interni delle case”, spiega un volontario della protezione civile dell’unità cinofila di Modena, “A mio avviso in una decina di giorni il grosso delle richieste verrà licenziato e probabilmente in molti potranno fare ritorno nelle loro abitazioni”.

Catricalà: “Situazione seria”. Oggi pomeriggio a Marzaglia è arrivato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, mentre domani si terrà un consiglio dei ministri per dichiarare ufficialmente lo stato di emergenza nazionale per la regione Emilia Romagna. “Valuteremo tutte le richieste di sospensione di tributi e contributi e sulla derogabilità del patto di stabilità, anche se c’è il problema delle coperture finanziarie”, così ha affermato Catricalà subito dopo il vertice al centro unificato provinciale della protezione civile nel modenese. Con lui e con il capo della protezione civile Franco Gabrielli hanno parlato tutti i sindaci dei territori colpiti dal sisma, il presidente della regione Vasco Errani e il presidente della provincia di Modena Emilio Sabattini. “Il quadro della situazione”, ha aggiunto Catricalà, “è serio perché si registrano ancora a distanza di oltre un giorno nuove scosse”. La speranza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, è quella che si possa tornare al più presto alla “normalità” anche se “non abbiamo previsioni”.

Monti a Bologna. Intanto il presidente del consiglio Mario Monti è atteso a Bologna per un vertice in prefettura alle 19.30: non è ancora chiaro se Monti, dopo aver visto il prefetto, rientrerà a Roma o si fermerà a Bologna per poi andare a visitare le zone più colpite dal terremoto.

Infine la polemica divampata sul web legata al problema dei risarcimenti dello stato in caso di disastri naturali, visto che da recente decreto governativo, per essere rimborsati dei danni subiti dalle proprie abitazioni, da pochi mesi a questa parte i cittadini necessiterebbero di un’assicurazione privata, altrimenti il risarcimento non scatta. E anche se dalla presidenza del consiglio rassicurano che per i cittadini colpiti dal sisma dell’altra notte sono ancora in regime transitorio, quindi con la vecchia legge, il malumore serpeggia tra blog e social network. Ed è proprio il governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, a lamentare il problema ai microfoni di RadioUno: “Il costo di questa tragedia non può essere tutto sulle spalle del territorio, deve scattare una solidarietà da tutto il paese”.