“E’ un giorno incredibilmente bello. Abbiamo vinto. Non posso che essere fiero e orgoglioso – così Alessandro Del Piero nel dopopartita, prima di aggiungere -. E’ chiaro che però c’è un velo tristezza in me. Ci tengo a ringraziare i tifosi, quello che ho visto va oltre ogni cosa”. Così saluta un capitano, dopo 19 anni di onorata militanza con la maglia della Juventus addosso. Regalando ai suoi tifosi l’ennesimo trofeo di una carriera indimenticabile, scandita da vittorie in serie, record personali, forche caudine di una Serie B decisa a tavolino e subita senza abbandonare la nave, e adesso di nuovo il trionfo. Con parole misurate, sempre in bilico tra profonda saggezza e superficiale banalità. Mai una dichiarazione fuori posto, mai un guizzo di fantasia: questi, Del Piero, se li è sempre riservati per il campo.

A 37 anni, nessuna polemica, nemmeno nel giorno dell’addio. Imposto. Forzato. Dopo che un mercoledì qualsiasi di ottobre, nel mezzo di un’assemblea degli azionisti, il presidente Andrea Agnelli all’improvviso annuncia: “Per Del Piero è l’ultimo anno”. Oggi Agnelli lo ringrazia con un semplice: “Grazie”. Il presidente di Exor, azionista di maggioranza del club bianconero, John Elkan, lo liquida così: “Da tifoso e da grande estimatore di Alex spero che lui dia alla Juventus anche la Coppa. E’ un grandissimo giocatore della Juventus, come lo sono stati Boniperti e Platini e, sapendo quanto lui ci tiene a chiudere bene questa stagione, proprio domenica prossima (finale di Coppa Italia contro il Napoli ndr.) è il grande momento”.

In bilico tra la nota morigeratezza sabauda e l’altrettanto nota arroganza padronale della famiglia. Come ad un operaio che ha passato la vita a lavorare per la gloria, ed il denaro, della casata. Tanti saluti e mille grazie. Anzi, il suo lavoro non è ancora finito, domenica prossima la aspettiamo per l’ultimo turno in fabbrica. Certo, ci mancherebbe, Del Piero dalla vita, e dalle aziende della ultima monarchia italiana, ha ricevuto molto di più di qualsiasi operaio. Sotto ogni aspetto. Ma questo austero e silenzioso modo di accomiatarsi, nel mondo del calcio così schiavo delle passioni, fa molto rumore. Il capitano abbozza, e saluta. Come un altro eroe, congedato molti anni prima di lui un’altra monarchia piemontese, rispose “obbedisco”, così Del Piero si allinea, e rientra nei ranghi: “La tristezza passerà, devo preparare la partita di Coppa”.

I ringraziamenti veri li riserva ai compagni e ai tifosi, con le opere più che con le parole: aveva cominciato ieri (settembre del 1993) con un gol alla Reggiana, ha concluso oggi con un gol all’Atalanta. Poi nel secondo tempo la sostituzione per ricevere l’ovazione dei 41 mila spettatori dello Juventus Stadium che, insieme agli altri milioni di tifosi juventini sparsi per il paese, dalla dirigenza pretendevano un altro tipo di addio per il loro capitano. Certo del Piero ha 37 anni, e prima o poi il sipario doveva calare. Ma la sua uscita di scena non se la immaginava certo così. Ne sa qualcosa Paolo Maldini che due anni fa fu esautorato dal mondo milanista nel peggiore dei modi. L’indifferenza della società, i fischi della Curva Sud durante il giro finale di campo a San Siro. C’erano conti in sospeso tra il capitano rossonero e alcuni storici membri della tifoseria rossonera, brutte storie di riconoscimenti mancati e, forse, anche di soldi. Fu triste però vedere come buona parte dello stadio si fece trascinare nel vortice della rabbia, riservando a Maldini un inglorioso addio. Ancora più mesto il modo in cui lo scaricò la dirigenza, scegliendo con il silenzio di rompere una storia d’amore con il capitano pur di non incrinare i rapporti con il tifo organizzato.

Si dice che nel mondo del calcio non ci sia spazio per la riconoscenza. Ne sa qualcosa Francesco Totti, che quest’anno ha rischiato di essere messo alla porta in malo modo. Non certo dai tifosi della Roma, per cui una giocata del capitano vale quanto una vittoria. Ma dalla nuova dirigenza che, quando ad inizio anno il tecnico lo teneva fuori squadra o lo sostituiva in continuazione, non ha mai esitato ad appoggiare queste scelte. Facendo nascere il sospetto che fossero condivise a tavolino. Alla fine ha vinto Totti, risultando il migliore dei suoi anche questa stagione. Diverso il discorso di Javier Zanetti, all’Inter sembra che pur di non rinunciare allo storico capitano dell’era Moratti la dirigenza preferisca cambiare allenatori piuttosto che privarsi di alcuni giocatori. Il problema è “il” capitan, è per i tifosi un’icona, cui l’adesione trascende ogni razionalità. Qualsiasi scelta presa dalla dirigenza rischia di essere sbagliata. Come è difficile ammainare le bandiere nel terzo millennio.