Un capo-scout gay: perché no? Meglio che non faccia il coming out , ma non c’è ragione di non affidargli la responsabilità di un gruppo a ragione del suo orientamento sessuale.

L’Agesci, l’organizzazione degli scout cattolici, lancia il dibattito sull’omosessualità al suo interno e apre una breccia nel muro delle demonizzazioni della dottrina ufficiale ecclesiastica. Perché lo stato attuale della posizione vaticana è sempre quello dettato dal cardinale Ratzinger quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina: niente persecuzioni o derisioni delle persone omosessuali, ma condanna totale della loro vita di relazione. Unica via d’uscita: praticare la castità.

Una posizione irrealistica, da cui si sono ormai allontanati moltissimi credenti sia gay sia eterosessuali, che ritengono i rapporti omosex una maniera legittima di vivere la propria sessualità. È di poche settimane fa la decisione dell’arcivescovo di Vienna cardinale Schoenborn di accettare la nomina di un cattolico gay dichiarato nel consiglio parrocchiale del paesino austriaco di Stuetzenhofen. Il parroco non voleva. Invece il cardinale non solo ha dato il suo placet, ma ha ricevuto ufficialmente in arcivescovado il ventiseienne Florian Stangl con il suo compagno.

D’altronde il cardinale Martini sostiene da anni di non avere mai provato l’impulso a biasimare una coppia omosessuale, quando la incontrava. E recentemente ha proposto che la Chiesa non ostacoli una legge sulle unioni civili, valide anche per i partner gay.

Lo stesso “Avvenire”, il giornale dei vescovi, ha pubblicato l’anno scorso nel suo mensile “Genitori e Figli” un articolo per invitare le coppie a circondare di affetto un figlio gay, sconsigliando perentoriamente ogni tentativo di “guarirlo”. Sempre su “Avvenire”, qualche anno fa, lo psichiatra Vittorino Andreoli in un reportage a puntate sui preti oggi esprimeva con garbo il parere di non vedere motivo per non accettare sacerdoti gay.

Il convegno di studio organizzato dalla rivista “Scout-Proposta educativa” nel novembre scorso si inserisce in questa traiettoria per portare la Chiesa ad abbandonare posizioni fossilizzate. Bisogna leggere attentamente ogni riga delle relazioni pubblicate in questi giorni – perché lo stile è necessariamente prudente data l’aria che tira ai vertici della Chiesa – ma è evidente il tentativo di sdoganare la presenza gay anche all’interno del movimento scout cattolico.

Al convegno uno dei relatori, il domenicano padre Francesco Compagnoni, ha sostenuto la posizione ufficiale vaticana ricordando che le Scritture condannano le relazioni omosessuali come “gravi depravazioni” e comunque sono atti “intrinsecamente disordinati”. Perciò un capo scout gay rappresenterebbe un “problema educativo”. Eppure anche Compagnoni traccia una differenza tra il capo, che è gay ma non lo dice, e l’omosessuale pubblicamente dichiarato.

Sono contorsioni, ma fino a poco tempo fa era anche la dottrina ufficiale dell’esercito americano dove l’omosessualità era vietata e quindi vigeva la regola “Don’t ask, don’t tell”: le gerarchie militari non chiedano, i soldati non dichiarino.

Più nette in direzione di una visione riformata della questione omosessuale sono le altre due relazioni, che aprono la strada nel campo dell’associazionismo cattolico ad un’accettazione sdrammatizzata dell’orientamento omosessuale. Manuela Tomisich, docente all’università Cattolica di Milano, sottolinea: “Costruire la propria identità attraverso una serena attenzione alla dimensione della sessualità – sottolinea – rende possibile esprimere la propria unicità e riconoscersi nella propria scelta”

Nessuna demonizzazione, quindi. Più chiaro ancora l’ex dirigente scout e psicoterapeuta Dario Contardo Seghi: “Le tendenze sessuali intime dei capi non sono criteri di selezione… Possiamo avere un capo con tendenze omosessuali bravissimo e capace e uno eterosessuale con limiti tali” da non affidargli un gruppo. Meglio, comunque, un capo scout gay, che mantenga la sua privacy senza coming out.

È il prezzo perché l’Agesci faccia passi in avanti. Ma sono da attendersi ruvide reazioni vaticane.

Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2012