Il nuovo Monti mi piace. Il premier, dopo cinque mesi di letargo tecnico, ieri ha messo da parte i sorrisini verso i partiti che lo sostengono e si è accorto di che pasta è fatta la sua coalizione, a partire dal Pdl. “Vorrei cominciare con una parola di sdegno”, ha detto ieri in conferenza stampa prima di attaccare: “chi ha governato (come Berlusconi ndr) e si candida a governare non può giustificare l’evasione fiscale”. Poi ha cominciato a enunciare il programma della fase due del Governo, un programma fatto apposta per fare imbestialire Berlusconi e i suoi scherani ma anche gli altri partiti che lo sostengono.

Il nuovo Monti mi piace perché vuole riformare il finanziamento di partiti e sindacati e vuole mettere mano ai contributi alle imprese. Il premier vuole persino incidere sulla Rai perché “l’indipendenza dalla politica non è garantita” e perché latitano “merito e trasparenza”.

Il nuovo Monti mi piace anche perché dice chiaro che “se oggi c’è l’Imu bisogna accettare la verità e cioè che l’Ici sulla prima casa era stata abolita (da Berlusconi ndr) senza valutarne le conseguenze” e che la vera “tassa occulta” da combattere è la corruzione.

Il nuovo Monti mi piace tranne che per un piccolo particolare che lo accomuna al vecchio Monti: senza il Pdl, il Governo non vivrebbe un solo minuto. E il Pdl non è stato fondato da un antesignano della lotta ai corrotti e agli evasori ma da Silvio Berlusconi. Come si può conciliare la riforma della Rai, la trasparenza e l’indipendenza del servizio pubblico, la lotta alla corruzione e all’evasione con una maggioranza guidata dal Pdl? E come si può pensare di riformare il sistema del finanziamento a partiti e dei sindacati con una maggioranza puntellata dal Pd? E’ questa la domanda alla quale il nuovo Monti dovrebbe rispondere.

Secondo i resoconti dei quotidiani,  il premier vorrebbe  risolvere la contraddizione così: “non mi farò imbrigliare dai partiti”. Purtroppo in un sistema democratico le cose vanno diversamente: se la maggioranza non segue il premier, la soluzione non è un Governo di autocrati illuminati che se ne infischia del Parlamento, ma la crisi e le elezioni anticipate.

Monti potrà nominare decine di Amato, Giavazzi e Bondi ma nessuno gli darà mai la maggioranza finora garantita dai vari Napoli, Cicchitto, Rutelli e Cesa. La verità è che non esiste alcun margine di manovra per riformare la Rai e i partiti con questa maggioranza. O Monti è un illuso oppure ha calcolato perfettamente le conseguenze del cambio di marcia.

Ci piace pensare che quello di ieri non sia stato lo sfogo del tecnico ma il primo discorso politico di un potenziale leader dell’area moderata. Se Monti avesse il coraggio di portare alle estreme conseguenze il suo ragionamento, il premier – una volta constatata l’inconciliabilità del suo programma con la sua coalizione – dovrebbe dimettersi.

Monti a quel punto potrebbe candidarsi alle elezioni anticipate di ottobre per realizzare il suo programma (moderato) su lavoro, spesa pubblica e fisco con i suoi voti e non con quelli di Berlusconi, Casini e Bersani.

A questo partito sostenuto dalle lobby bancarie e confindustriali, cattoliche e atlantiche, che potrebbe raccogliere in una grande coalizione di centrodestra ma antiberlusconiana i vari Fini, Casini, Montezemolo, Marcegaglia, Rutelli e Pisanu si dovrebbe contrapporre una vera alternativa di centrosinistra. Sarebbe uno scenario rischioso per il senatore a vita Mario Monti e forse, nel breve periodo, anche l’equilibrio finanziario del paese ne sarebbe scosso. Nel lungo periodo però una simile scelta chiarirebbe il quadro politico e potrebbe segnare un primo passo verso la normalizzazione e la deberlusconizzazione del nostro paese. Anche per questo il nuovo Mario Monti mi piace.