Un nuovo giro di vite sulle sanzioni internazionali e soprattutto un nuovo, più deciso avvertimento per il regime di Bashar Assad. E’ quello che uscirà oggi dal vertice dei ministri degli esteri dell’Unione europea, arrivati a Bruxelles per discutere, tra le altre cose, anche della crisi siriana.

Nonostante l’accordo sulla necessità di porre fine a oltre un anno di repressione, l’Ue non è ancora arrivata a una posizione univoca e le sanzioni internazionali che pesano sul regime di Damasco sembrano essere finora l’unica strada percorribile senza far emergere divisioni ben più profonde tra i 27 paesi. Per misurare queste divergenze, basta riportare le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico William Hague, che all’arrivo a Bruxelles, ha detto che «il regime di Assad non rispetta gli impegni del piano Annan, il che lascia pochissimo spazio all’ottimismo». «Il regime continua a uccidere e a commettere abusi – ha aggiunto Hague – per questo bisogna mantenere forte la pressione internazionale».

A queste dichiarazioni fanno da controcanto quelle del ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn secondo il quale il piano Annan «è l’unica possibilità che abbiamo come comunità internazionale». Se il piano fallisse, Asselborn vede molto concreto «il rischio di una guerra civile totale, che potrebbe costare decine di migliaia di morti». Un rischio che deve spingere, secondo il capo della diplomazia del Granducato, a «fare di tutto per fermare la violenza, permettere gli aiuti umanitari e avviare il dialogo».

Il nuovo round di sanzioni europee, il quattordicesimo, conterrà, secondo fonti diplomatiche, la proibizione all’esportazione di beni di lusso verso la Siria e il blocco sui materiali che possono essere usati nella repressione. Dopo avere imposto l’embargo sulla vendita di petrolio e di armi e avere colpito 126 persone e 41 società legate al regime, dopo avere preso misure contro la banca centrale siriana e l’export di metalli preziosi e i voli merci, l’Ue ha deciso di prendere di mira, secondo le parole di un diplomatico all’agenzia di stampa Reuters, «lo stile di vita degli Assad», per come è emerso dalle circa 3mila email intercettate nelle settimane scorse dagli hacker vicini all’opposizione, rivelando come nonostante i massacri e le proteste in corso, Assad e sua moglie Asma (già colpita direttamente dal precedente giro di sanzioni) continuassero a pensare borse griffate, caviale e set da fonduta del valore di migliaia di euro.

Le email erano state diffuse anche dal sito dell’emittente Al Arabiya, che per per questo da oggi non è più accessibile agli internauti siriani. E la repressione, in effetti, continua, nonostante la presenza a Damasco del primo nucleo di osservatori internazionali inviati dall’Onu. Sabato il Consiglio di sicurezza ha approvato l’invio di 300 caschi blu disarmati, una decisione che secondo Kofi Annan è «essenziale per la stabilizzazione del paese» e per la tenuta del cessate il fuoco, ma che ora deve tradursi in ordini operativi, prima che anche la missione Onu, come già qualche mese fa quella degli osservatori della Lega Araba, venga di fatto svuotata di senso. Il testo della risoluzione prevede che sia direttamente il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon a stabilire tempi e modi dello schieramento degli osservatori e a riferire, ogni quindici giorni, sugli sviluppi della situazione sul campo per i prossimi tre mesi. Scaduto il termine, bisognerà rinnovare il mandato della missione, battezzata Unsmis (United nations supervision mission in Syria) dalla risoluzione 2043 o cambiare strategia, come chiedono, tra gli altri, la Turchia, la Francia e gli Stati uniti Hillary Clinton più che Barack Obama.

Secondo i gruppi dell’opposizione, intanto, anche nella notte tra domenica e lunedì le forze regolari siriane hanno colpito alcuni quartieri di Homs, la città simbolo di questi 13 mesi di protesta antigovernativa, uccidendo almeno 4 persone, che si sommano alle oltre 20 vittime del fine settimana. Domenica gli scontri si sono concentrati a Duma, un sobborgo di Damasco, e a Deraa nel sud del paese, vicino al confine con il Libano. Nella capitale, invece, le forze di sicurezza hanno sparato contro una manifestazione di protesta nel quartiere di Nahr Aysha, mentre altre due manifestazioni hanno avuto luogo nella zona di Kfar Soussa.

Gli osservatori Onu, intanto, hanno iniziato a viaggiare attraverso il paese. Domenica un gruppo è stato ad Hama, nel quartiere di Rastan, uno degli epicentri delle proteste anti-governative. Secondo i locali gruppi dell’opposizione, una volta partiti gli osservatori, l’esercito ha ripreso a dare la caccia ai ribelli.

di Joseph Zarlingo