E’ un anniversario triste e insanguinato quello che oggi segna i dodici mesi dall’inizio delle rivolte contro il regime siriano. Triste perché non ci sono ancora prospettive immediate di uscita dalla crisi e di fine della repressione che ha causato finora più di ottomila morti. Insanguinato perché anche oggi i carri armati dell’esercito siriano hanno continuato a colpire le sacche di resistenza armata.

Riconquistato il controllo di Homs nelle scorse settimane, l’esercito si sta concentrando ora su Idlib, nel nord del paese, vicino al confine con la Turchia e su Deraa, nel sud, a ridosso del confine libanese, la città da cui tutto è iniziato un anno fa. A Idlib i combattenti del Free Syria Army hanno ceduto alla pressione delle truppe corazzate, che hanno ripreso la città. Almeno mille persone hanno lasciato la zona nelle ultime 24 ore e sono riuscite a superare il confine turco, trovando rifugio nei campi profughi allestiti dalla Mezza luna rossa turca, che ora ospitano quasi 15 mila persone, secondo i dati diffusi dal ministero degli esteri di Ankara. Tra loro, ci sarebbero anche sette generali dell’esercito regolare, che si sono rifiutati di eseguire gli ordini. I profughi hanno raccontato che l’esercito ha avvertito la popolazione civile che i villaggi attorno a Idlib sarebbero stati attaccati. Ahmet Lutfi Akar, direttore della Mezza luna rossa turca, ha detto all’agenzia di stampa Anadolu che la sua organizzazione “si sta preparando a diversi scenari: il numero dei profughi potrebbe arrivare a mezzo milione”.

L’Onu, attraverso l’Unhcr, calcola che siano almeno 230 mila le persone che negli ultimi mesi hanno lasciato le proprie case. Di queste, 30mila come minimo sono riuscite a scappare dalla Siria. All’altro capo del paese, a Deraa, nel sud dov’è concentrata la minoranza drusa, almeno 130 carri armati e veicoli blindati hanno preso posizione pronti ad avanzare sulla città che per prima si è sollevata contro il regime. Nei combattimenti, almeno 13 persone sono state uccise e secondo i resoconti che arrivano attraverso l’Osservatorio siriano per i diritti umani (basato a Londra), anche a Deraa si stanno ripetendo le scene di caccia all’uomo casa per casa che si sono verificate a Homs, dopo la caduta dei quartieri dov’era concentrata la resistenza. Il Consiglio nazionale siriano, principale organizzazione dell’opposizione, ha chiesto che siano fornite armi per contrastare l’esercito ma la richiesta è caduta nel vuoto. Secondo il ministro degli esteri francese Alain Juppe, armare «una fazione» rischia di far sprofondare la Siria in una guerra civile tra le varie componenti della società e le minoranze religiose. Una tesi, questa, sostenuta da mesi dal regime che alimenta – secondo le opposizioni – un odio settario le cui radici, invece, sono tutt’altro che profonde.

Intanto, un appello firmato da oltre 200 organizzazioni non governative e umanitarie di 27 paesi è stato rivolto alla Russia, per spingere il Cremlino a ritirare il proprio appoggio al regime siriano. L’appello chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di «unirsi e approvare una risoluzione per chiedere al governo siriano di fermare l’indiscriminato attacco sui civili, le torture e gli arresti arbitrari e le altre violazioni delle leggi internazionali e per consentire l’accesso a giornalisti, operatori umanitari e ispettori dei diritti umani».

Per Bashar Assad, però, il giorno dell’anniversario dell’inizio della rivolta è anche quello dello smacco subito dal quotidiano britannico Guardian che ha scelto proprio oggi per pubblicare estratti di un fitta corrispondenza, circa 3 mila email private di Assad e sua moglie Asma, spedite e ricevute dall’inizio della rivolta fino al 7 febbraio scorso, quando la “falla” è stata chiusa. I SyriaLeaks, secondo il Guardian, «sono autentici» anche se non è stato possibile verificare ogni singola email, che il giornale britannico ha ricevuto grazie grazie a una talpa nella cerchia ristretta del presidente. La notizia più importante, però, è che Assad ha più riprese ha cercato e ricevuto consigli, e assistenza, dall’Iran, sia direttamente attraverso l’ambasciata, sia attraverso uomini d’affari libanesi, come Hussein Mortada, che per esempio, ha consigliato al presidente siriano di «non accusare al Qaida» per le autobomba esplose a Damasco.

Dal punto di vista politico, per Assad e i suoi apparati di sicurezza è uno smacco. Dal punto di vista del contenuto delle email, sono state individuate alcune aziende, tra cui una con sede a Dubai, la al-Shahba, usate dagli Assad per i propri affari privati. E dal punto di vista umano, le mail mostrano che Assad, anche nel pieno della crisi che cerca di disinnescare «con stupide leggi su elezioni, partiti e media», trovava il tempo per scaricare musica online o per spendere 10 mila dollari in candele e set per fonduta ordinati in Francia. Assad, inoltre, sapeva della presenza di giornalisti stranieri nel quartiere di Bab Amro, a Homs, quello bombardato più duramente, dove sono morti il fotografo francese Remi Ochlik e la reporter statunitense Marie Colvin.

di Joseph Zarlingo