Le scrivo, pur consapevole del fatto che, ahimè, le mie parole e quelle di chi avrà voglia di commentare, non faranno altro che incentivare la sua sconfinata presunzione e il suo illimitato ego che le permettono di andare in giro a “scaricare” parole come fossero rifiuti pericolosi, senza che nessuno le faccia mai nemmeno una multa.

Eppure le scrivo perché sento di doverla difendere.

Non dal fatto di aver paragonato la signora Nilde Iotti alla signorina Nicole Minetti. Per quello basta lo sguardo della severa Iotti che la fulmina come si fa con un bambino che si diverte a “fare del cul trombetta” nel bel mezzo della festa di ottantanni della zia con tutti i parenti seduti a tavola (caro Dante, mi scusi se il suo illustre nome finisce in un post insieme a quelli di Minetti/Santanché che, se avessero letto la sua Divina Commedia, ora non indugerebbero a paragonarsi alla sua amata Beatrice o addirittura, anatema, alla bellissima Francesca). Nilde (carissima Iotti, abbia pazienza) non ha bisogno di nessuno per disperdere l’eco fastidiosa del suo parlare “a braccio” (cioè senza sapere cosa sta dicendo)

La difendo perché so che ora tutti sono incavolati con lei, come spesso accade (e lei ne gode). Vorrei, però, far notare che la colpa non è sua ma nostra. Lei non è la causa del nostro male di vivere. Lei ne è la conseguenza. Lei è la conseguenza di anni in cui la politica è diventata terra di teste vuote, prive di qualità, dai curriculum finti, con titoli di studio comprati, congiuntivi inesistenti e buone maniere mai impartite. Lei è la conseguenza di un paese in cui la meritocrazia non esiste tanto da consentire a lei di dire che le raccomandazioni sono una cosa inevitabile. Lei è la conseguenza di un paese in cui si ruba e ci si permette il lusso di pensarci su prima di decidere se ci si dimette o no. Lei è la conseguenza di un paese in cui contano le amicizie anche se sono quelle di più bassa lega (nessun riferimento al partito) con imprenditori discutibili, che invitano a non pagare le tasse e che hanno calpestato ogni forma di buon gusto con le loro babbucce vellutate. Lei è la conseguenza di un paese in cui i partiti rubano, vengono scoperti e si fanno subito una legge per continuare a rubare ma in maniera più legale. Lei è la conseguenza di un paese in cui per anni la televisione di Stato ha permesso ai suoi impiegati (pagati con soldi pubblici) di fare uno sperpero di denaro inaudito, qui a New York, e ora con un bel colpo di spugna fa dei tagli che colpiscono più di tutti, 38 impiegati, quelli cioè che hanno permesso con il loro lavoro agli altri, a quelli che gironzolavano per la città con i loro autisti, di consegnare prodotti più o meno decenti.

Lei è la conseguenza di un paese che non crede in sé stesso che non pensa di poter cambiare e che è seduto sulla sua sofferenza senza indignazione, senza rabbia, senza neppure più lacrime.

Lei non è una causa. Lei è una conseguenza. Perciò la difendo. Perché una “causa” ha valore di determinare un fatto. La conseguenza è solo il bubbone che la peste fa sorgere quando ormai è troppo tardi.

Anche se non è troppo tardi. Se solo ne prendessimo coscienza.

Il governatore dello Stato di New York, Paterson, fu multato per poco meno di 70mila dollari per aver accettato, quando era in carica, due biglietti gratuiti per una partita di baseball. Le viene in mente, signora Santanché, di paragonare Paterson a Umberto Bossi per caso?