I lettori dei quotidiani sono condannati a conoscere meglio l’inizio delle vicende che la loro conclusione. L’inizio di una storia di cronaca o di politica è coinvolgente, nuovo: se va bene, uno scoop, che il giornale è fiero di pubblicare. La sua conclusione, il più delle volte, è banale e tradisce le aspettative dei lettori: tutt’al più un trafiletto in una pagina interna. La recente vicenda del Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA; nel linguaggio comune il Pronto Soccorso) del Policlinico Umberto I di Roma conferma la regola. Come tutti ricorderanno, il 20 febbraio 2012 i Senatori Domenico Gramazio (PDL) e Ignazio Marino (PD) in seguito ad una visita non preannunciata all’ospedale romano avevano rilevato vari disservizi, la vittima del più grave dei quali era una donna in coma per un trauma cranico rimasta per quattro giorni legata su una barella in attesa di un posto letto.

I dirigenti sanitari del DEA (Proff. Claudio Modini e Giuliano Bertazzoni) furono immediatamente sospesi dalle funzioni dirigenziali ad opera della Direzione Sanitaria dell’ospedale mentre veniva avviata una inchiesta interna con la consulenza esterna del Prof. Pugliese, primario del DEA dell’ospedale Sandro Pertini. La relazione scagionava completamente i due dirigenti, che venivano pienamente reintegrati nel loro ruolo il 23 marzo scorso.

Ovviamente, la relazione del Prof. Pugliese non diceva che è pratica sanitaria auspicabile quella di tenere un malato in coma legato ad una barella per quattro giorni. Riconosceva però che nell’episodio erano stati applicati i presidi terapeutici usuali e necessari, nell’interesse della malata, e confermava, che le difficoltà del DEA del Policlinico Umberto I (comuni peraltro a molti ospedali romani e dell’intera penisola) non erano imputabili agli individui che ci lavorano dentro, i quali anzi si erano distinti per l’impegno e la dedizione; erano invece causate dalle oggettive condizioni di lavoro, ed aggravate dalle ristrettezze economiche nelle quali versa il Servizio Sanitario Nazionale.

Il DEA del Policlinico è stato ristrutturato nel 2000 e dimensionato su una previsione di 60.000 prestazioni all’anno; ne eroga invece mediamente circa 140.000, ben più del doppio. Vive cioè una situazione di cronica insufficienza e sovraffollamento, alla quale il personale in servizio deve fare fronte, spesso con disagio e sacrificio. Certamente alcune delle prestazioni erogate dal DEA sarebbero meglio fornite dai medici di base o da altri presidi territoriali; ma rimane il fatto che i cittadini abbiano necessità più che doppie rispetto a quanto il loro ospedale sia progettato per offrire: un esempio del cronico squilibrio tra le necessità del paese e le potenzialità dei servizi pubblici. E’ puerile pensare che i disservizi del Servizio Sanitario Nazionale siano causati dagli operatori sanitari: sono causati soprattutto dalla continua erosione delle risorse dedicate, erosione che ormai intacca l’effettiva disponibilità delle prestazioni previste.

L’errore professionale, la colpa, la malasanità esistono, certamente, ma riguardano episodi: oggi è la normalità che ci sta crollando addosso. La Sanità pubblica è un grande costo sulle spalle dei cittadini, ma non uno spreco; semmai una garanzia: a tutti noi, purtroppo, potrebbe servire in qualunque momento un DEA efficiente. Ed è raro che gli sprechi e gli scandali veri, le ruberie, siano da imputarsi al personale sanitario: di solito accadono a livello politico.