“Taranto come Casale Monferrato”. Lo hanno urlato in tanti questa mattina dinanzi al tribunale ionico. Oltre mille infatti tra studenti, ambientalisti e semplici cittadini, armati di mascherina e fazzoletto bianco al braccio, hanno assediato pacificamente il palazzo di giustizia. In quel momento, davanti al gip Patrizia Todisco, si discuteva la perizia che per la prima volta ha messo per iscritto l’allarmante situazione ambientale nella città ‘dei due mari. I manifestanti lo hanno scritto sui cartelloni e sugli striscioni: “Disastro ambientale: Ilva come Eternit” e poi ancora “Dopo Casale Monferrato anche Taranto vuole giustizia”. Nelle strade intorno al tribunale, traffico in tilt e città quasi paralizzata. Centinaia di studenti per un giorno, insieme ai loro professori, hanno lasciato vuote le aule scolastiche per riempire le strade e rivendicare il diritto alla salute. A fare da cassa di risonanza i social network su cui sono giunti in massa i commenti dei tarantini fuori sede, tutti a sostenere la lotta per una città senza veleni.

Nell’aula F al primo piano del tribunale, i periti nominati dal gip Patrizia Todisco hanno risposto alle domande dei difensori dei vertici Ilva, indagati per disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.


Foto di Giuseppe Carucci

Nelle 554 pagine del documento i tecnici hanno infatti confermato che dallo stabilimento Ilva di Taranto si diffondono gas, vapori, polveri, contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione della provincia ionica. A preoccupare sono soprattutto le polveri che si diffondono in maniera non controllata dal parco minerali a cielo aperto, situato a pochi metri di distanza dal quartiere Tamburi. 668 tonnellate di polveri, secondo i periti, ogni anno si disperdono nell’atmosfera da questa area in cui l’azienda deposita piccole montagne di minerale di ferro e di carbone, materie prime che servono per la produzione dell’acciaio. Una zona che, secondo la relazione, per poter continuare a operare dovrebbe essere coperta e dotata di impianti di “aspirazione e trattamento” delle polveri emesse.

Ma in questa udienza il giudice Todisco ha acquisito anche una nuova relazione. Un documento di poco più di 50 pagine dell’Arpa Puglia che contiene le analisi di un monitoraggio sull’emissione in aria di benzoapirene, un inquinante altamente cancerogeno. L’indagine, svolta attraverso l’utilizzo di sette punti di rilevamento tra novembre 2010 e luglio 2011, ha permesso, attraverso 2300 campionamenti, di appurare che l’emissione di benzoapirene è superiore “da uno a tre ordini di grandezza” dei valori riscontrati negli ambienti di vita e individua nell’impianto cokeria dello stabilimento siderurgico “una rilevante sorgente emissiva di idrocarburi policiclici aromatici”. Le emissioni provenienti da Ilva spa risultano nettamente superiori anche a quelle provenienti dagli altri due colossi industriali presenti nel territorio di Taranto, la raffineria Eni e la Cementir spa.

A distanza di qualche mese dalle trionfali dichiarazioni del governatore Nichi Vendola sulla riduzione delle emissioni di diossina, la regione Puglia ha chiesto di costituirsi parte civile nel procedimento. E se la diossina, secondo azienda e politica, sembra rientrata nei limiti, le emissioni non controllate di polveri e benzoapirene rischiano di diventare il punto letale di un’indagine che potrebbe culminare anche con il sequestro degli impianti. Un nodo cruciale in questo senso è rappresentato dalla perizia epidemiologica che entro il prossimo 1 marzo arriverà sulla scrivania del magistrato. Una relazione che se dovesse contenere risultati preoccupanti potrebbe dividere definitivamente coloro che chiedono la chiusura di uno stabilimento che inquina e le decine di migliaia di famiglia che invece, accettando il rischio della malattia, sopravvivono grazie al lavoro garantito dalla fabbrica. Lavoro o diritto alla salute insomma. Come se ottenerli entrambi fosse un obiettivo impossibile.