Firenze. Torino. Non sono episodi isolati.

Gesti folli? Certamente. Da condannare con sdegno? Ovvio. Ci provocano orrore? Senza dubbio.

Cantava Fabrizio De Andrè:
Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità

Il Pasquale Cafiero di Don Raffaè aveva capito l’andazzo: la vuota retorica delle condanne a caldo non porta mai a nessun risultato.

Allora si pone la questione di provare a dire la verità, soprattutto quand’essa risulta scomoda.

La responsabilità di gesti sempre più drammatici e ricorrenti di violenza razzista è anche di chi in questi anni ha soffiato sul fuoco.

I siti neonazisti che plaudono agli episodi di Firenze e Torino andrebbero chiusi, perché chi inneggia a un reato compie un reato. Tuttavia, non mi stupisce che nei siti neonazisti si dicano queste cose. Il punto è quando noi abbiamo avuto membri del governo che proponevano di prendere a cannonate i barconi della disperazione, sindaci della lega che hanno emesso ordinanze per non fare sedere sulle panchine i migranti. Il capogruppo della Lega a Milano che suggeriva di fare vagoni separati nei tram. Cose vergognose.

Questo clima non è stato determinato semplicemente dai neonazisti, che sono una esigua minoranza, ma da chi, appunto, ha soffiato sul fuoco. Per vent’anni è stato alimentato un clima di odio, di individuazione del nemico nello straniero.

Di ciò è massimamente responsabile Berlusconi e il suo centrodestra e, ovviamente, la Lega, che sul razzismo ha costruito uno dei perni della sua politica.

Ha ragione il rappresentante della comunità senegalese di Firenze, Papediaw, quando denuncia anni di politiche dell’odio da parte di rappresentanti del governo e, con analisi lucidissima, afferma di aver paura della crisi economica, poiché essa aumenta le tensioni sociali.

Bisogna parlare con serietà di integrazione: di diritti e di doveri. E allora bisogna dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, che parlano in dialetto e tifano per le squadre delle città in cui sono nati, sono nostri fratelli. Sono cose elementari. La vera battaglia, però, è di tipo culturale e ideale. Vi sono parole, ormai, che hanno colonizzato il linguaggio corrente: quasi nessun telegiornale ha fatto i nomi di Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54 anni. I due senegalesi. Due immigrati. Così li chiamavano. Tutti, invece, hanno fatto il nome del fascista di Casa Pound che li ha ammazzati. Ecco, è soprattutto da queste cose che dobbiamo ripartire.