Non saremo ai livelli del 2009, quando le conseguenze del collasso Lehman si manifestarono in tutta la loro potenza scatenando una contrazione da record nei principali mercati consolidati del mondo. Ma i motivi di preoccupazione non mancano di certo. Nel giorno in cui la manovra governativa va incontro alla prova della fiducia, la spirale delle previsioni macro dipinge un quadro dai toni scurissimi. L’Italia è in recessione, e questo lo si sapeva. Solo che le prospettive sembrano ora decisamente più negative del previsto. A lanciare l’allarme ci ha pensato, da ultima, la Confindustria, foriera ancora una volta di notizie deprimenti: nel corso del 2012, affermano gli industriali, il Pil italiano si contrarrà dell’1,6%, e la disoccupazione salirà al 9% colpendo in modo particolare i giovani lavoratori, che si ritroveranno privi di impiego in un caso su quattro. Come se non bastasse, spiegano invece dall’Istat, il tasso di inflazione salirà ancora colpendo in primis, manco a dirlo, i beni di prima necessità.

Le tinte, insomma, sono davvero fosche. E le sfumature virano addirittura al peggio. Vediamo nel dettaglio. La spirale recessiva è già in atto e l’Italia, ad essere più precisi, si trova ormai nell’occhio del ciclone. Il periodo più critico, infatti, sembra essere proprio quello in corso: secondo il centro studi di Confindustria, il Pil italiano dovrebbe ridursi addirittura del 2% tra l’estate scorsa e la prossima primavera. Quanto ai mesi successivi si prevede una lenta ripresa, ma l’impatto su scala annuale è comunque evidente. A pesare negativamente, infatti, non è soltanto il dato di per sé quanto, piuttosto, l’impressionante confronto con le stime precedenti che individuavano per il 2012 una crescita dello 0,2%. Un risultato modestissimo che pure, ad oggi, sembrerebbe oro colato.

Peccato però, come si diceva, che l’anno a venire sarà caratterizzato da ben altre dinamiche e che ogni altro elemento contribuirà a peggiorare le cose. L’inflazione, spiega l’Istat, registra una frenata nel mese di novembre (+3,3%) ma il suo aumento annuo si colloca ormai al 4,2%. L’aspetto più inquietante è però un altro: il dato, infatti, fa riferimento al cosiddetto “carrello della spesa”, ovvero ai prodotti acquistati con maggior frequenza: dagli alimentari ai beni di prima necessità. Come a dire che si potrà tagliare su tutto ciò che è futile ma gli aumenti di prezzo si faranno comunque sentire. A pesare, ovviamente, il peso delle imposte su benzina e affini, oltre che la riduzione del costo del denaro decisa dalla Bce, provvedimento che per definizione dovrebbe produrre un effetto inflazionistico. E qui è opportuno sottolineare almeno un paio di aspetti.

In primo luogo la questione fiscale. La manovra, come noto, punta soprattutto ad un risanamento dei conti pubblici, cosa che da un lato risulta necessaria ma dall’altro determina inevitabilmente profondi effetti recessivi. E’ il solito problema sperimentato dai Paesi delle periferie europee (con l’eccezione dell’Irlanda, che non ha aumentato la pressione fiscale sulle imprese ed è tornata a crescere nell’ultimo anno con buone prospettive anche per il prossimo) e che coinvolge chiaramente anche l’Italia. La pressione fiscale, sottolinea Confindustria, “raggiungerà livelli record: 45,5% del Pil tra due anni, inclusi i tagli alle agevolazioni fiscali che dovranno scattare a partire dall’ultima parte del 2012. La pressione effettiva, che esclude il sommerso dal denominatore, supera abbondantemente il 54%”. Insomma le tasse salgono ma il valore assoluto delle entrate è destinato ad essere inferiore alle attese visto la ricchezza prodotta (il Pil) sarà minore del previsto.

Quanto alla riduzione dei tassi di interesse, il quadro non sembra confortante. La Bce, come noto, ha tagliato il costo del denaro portandolo a quota 1%. Un provvedimento che ha sì effetti inflazionistici ma che, al tempo stesso, dovrebbe stimolare l’economia di eurolandia. Peccato però che la sfiducia generale stia rendendo pressoché inutile il piano di intervento. I depositi delle banche presso la Bce sono tornati a salire raggiungendo quota 346,357 miliardi, un dato, quello registrato ieri, sempre più prossimo al record storico del giugno 2010 quando si raggiunsero i 384 miliardi. In pratica, nonostante detenere denaro diventi sempre meno remunerativo, gli istituti preferiscono tesaurizzare invece di investire, ovvero mettere i propri fondi nella cassaforte virtuale dell’istituto centrale piuttosto che prestarseli tra loro. Una situazione che ricorda il crunch creditizio che precedette la crisi del debito sovrano e che, evidentemente, tende ad avere un impatto negativo sulle prospettive di crescita riducendo la disponibilità di credito per le imprese. Comunque la rigiri, insomma, la coperta è sempre troppo corta. E il rischio, a questo punto, è che si accorci ulteriormente nei mesi successivi.