Una grossa azienda oleodinamica con sede a Reggio Emilia, il cui nome per il momento non è noto, cerca personale operaio con diploma o qualifica di scuola media superiore a indirizzo tecnico. Tuttavia, specifica l’annuncio pubblicato sul sito di un’agenzia di lavoro, verranno presi in considerazione esclusivamente candidati di origine cinese.

La notizia ha destato più di qualche perplessità perché l’incarico, relativo a una posizione di addetto al montaggio, potrebbe essere svolto probabilmente da qualunque operaio. La fabbrica, il reparto produttivo, l’assemblaggio dei pezzi sono ambiti in cui ci si può specializzare lavorando e con la situazione delle aziende nostrane, tra cassa integrazione ed esuberi, di operai capaci ce ne sono tanti a disposizione. Del resto è un fatto noto che in Italia ci siano standard qualitativi molto elevati rispetto al resto del mondo, tanto che il made in Italy è una denominazione usata spesso a garanzia. Ma l’azienda, che si trova a Mancasale, preferisce lavoratori cinesi.

L’annuncio, inserito sul web qualche giorno fa, è stato modificato non appena la notizia ha suscitato le prime polemiche e alla versione originale, riportata sul Giornale di Reggio, sono state apportati diversi ritocchi.

Se prima la dicitura era “Selezioniamo operai addetti al montaggio per nota azienda del settore oleodinamico. Si precisa che verranno presi in considerazione esclusivamente candidati/e cinesi, residenti a Reggio Emilia e con buona conoscenza della lingua italiana”, ora è più politically correct. Infatti, al posto di “candidati cinesi” si legge “candidati di madrelingua cinese” e si specifica che l’azienda intende avviare un progetto con la Cina. Ma allora, perché non inserire subito queste precisazioni?

Il primo sospetto che sorge davanti a un annuncio simile è legato alle condizioni di lavoro. Infatti è risaputo che i lavoratori dell’est subiscono un trattamento economico molto diverso da quello degli operai italiani, non a caso, tasse a parte, molte aziende abbandonano l’Italia e i loro lavoratori per ricorrere a regimi di salario più vantaggiosi. Trascurando la professionalità.

E anche dal punto di vista sindacale, i diritti che gli italiani si sono conquistati negli anni sono molto diversi da quelli in uso in altri paesi, come in Cina, dove le catene di montaggio rappresentano la prima immagine quando si pensa al lavoro nel Paese di Mezzo. Dunque, i motivi che hanno spinto l’azienda a cercare “esclusivamente candidati cinesi” sono economici e contrattuali?

Secondo la titolare dell’agenzia di lavoro a cui l’azienda reggiana si è rivolta, Paola Ligabue, no. Al Giornale di Reggio, la Ligabue ha spiegato che, seppure in 25 anni questa è la prima volta che le viene inviata una richiesta simile, “secondo me è un discorso di prospettiva: vogliono formare in Italia personale cinese su una determinata mansione, come il montaggio, che in realtà non è banale. Un giorno questi dipendenti potranno fungere da trait d’union con la sede cinese dell’azienda o fare sopralluoghi per la qualità. Il ragionamento potrebbe essere di questo tipo: assumiamo i cinesi per il montaggio e li formiamo. Poiché conoscono bene le dinamiche del Paese orientale, sono una risorsa che un giorno potremo utilizzare anche per mansioni sofisticate in Cina”.

Quelle della Ligabue però sono ipotesi, infatti l’azienda, che vuole rimanere anonima, non ha chiarito le motivazioni alla base della richiesta. L’annuncio per il momento non ha ricevuto alcuna risposta e nessun operaio cinese si è fatto avanti per occupare la posizione. Chissà che l’azienda non decida presto di dare la possibilità anche a qualsiasi operaio di candidarsi al posto di lavoro, prezioso in un momento simile.