Non è solo una questione di debito pubblico e interessi da pagare. Lo spread sui bund tedeschi, che oggi ha raggiunto un nuovo record, toccando i 490 punti, sta costando caro, carissimo alle banche e a chi, in questo periodo, ha la necessità di chiedere un finanziamento. La parola magica che spiega il fenomeno è ancora una volta inglese: “repricing“, adeguamento dei prezzi, e quindi dei tassi applicati sui prestiti, alle nuove condizioni di mercato. Come ha sottolineato mercoledì il prof. Marco Onado sul Fatto Quotidiano, per le banche gli aumenti dei tassi sono dannosi quanto per le casse statali, perché “da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico” e, dall’altro, “vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico”.

In parole povere, se all’Italia e al suo debito viene associato un rischio sempre maggiore, che si traduce in tassi sul debito sempre più elevati, lo stesso accade per le banche italiane, che quando si rivolgono ai mercati per raccogliere liquidità sono costrette a pagare un conto, in termine di interessi sui prestiti, sempre più salato. Il problema è che – con il “repricing” – il conto, alla fine, lo paga in buona parte il cliente che richiede un finanziamento.

Come segnalato dal Corriere della Sera, il repricing starebbe costando molto caro, soprattutto alle imprese, già dagli inizi di settembre. Nel mezzo della tempesta finanziaria che si è scatenata sull’Italia, lo spread massimo applicato dalle maggiori banche italiane sui prestiti alle imprese è salito in poche settimane fino a picchi del 9%. Il risultato sono tassi annui effettivi sui prestiti che possono variare, in alcuni casi, dall’11% a oltre il 13%.

Se nelle prossime settimane lo spread non dovesse scendere sotto quote più accettabili, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente con i segnali di un nuovo credit crunch (stretta creditizia) che si intensificano ogni giorno. “Esiste il rischio concreto di un credit crunch, anche passivo, se le imprese rinunceranno al credito perché troppo caro” – ha spiegato Alessandra Lanza di Prometeia al Sole 24 Ore. “Chi sarà costretto a indebitarsi comunque per continuare a lavorare avrà conseguenze pesanti sulla redditività”.

L’aumento dei tassi sui titoli del debito italiano (ieri i BTP decennali hanno toccato il 6,4%) ha effetti pesanti anche sull’operatività delle banche. “Le banche italiane hanno nei loro portafogli buoni del tesoro italiano per miliardi di euro”, spiega al fattoquotidiano.it il prof. Giulio Tagliavini, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Parma. “Se prima questi titoli venivano considerati liquidi e potevano essere smobilizzati con facilità, oggi la gestione della tesoreria è diventata molto più difficile. I prezzi dei titoli di stato italiani (che si muovono inversamente rispetto all’andamento dei tassi, ndr) sono crollati. Se le banche volessero smobilizzarli andrebbero incontro a pesanti minusvalenze“. Per questo le banche, alla fine, decidono di stare ferme, aspettando il rimborso dei titoli alla scadenza. “I portafogli titoli degli istituti bancari si sono irrigiditi”, continua Tagliavini. “I titoli del debito pubblico non possono più essere utilizzati come strumento per gestire la liquidità con la stessa flessibilità di prima”.

Una situazione che è destinata a durare, o a peggiorare, se non si daranno presto segnali convincenti ai mercati. Che non si aspettano solamente una maggiore credibilità dal governo, ma anche fondamentali economici migliori, con prospettive più rosee sulla crescita economica del paese. “Anche se i conti pubblici sono migliorati rispetto agli anni novanta, oggi l’economia italiana è meno solida”, ha scritto il Wall Street Journal mercoledì. “Nel 1994 l’Italia cresceva del 2,2%, contro lo 0,6% di oggi e aveva un surplus di bilancio delle partite correnti (differenza tra esportazioni ed importazioni di merci e servizi, ndr) pari all’1,3% del PIL contro un deficit del 3,5% che si registra oggi”. Confrontando lo spread e i tassi sui titoli italiani del 1994 e quelli di oggi, il Wall Street Journal arriva a una conclusione molto netta: se si guarda ai fondamentali economici, i tassi dei bond italiani sono “più o meno dove dovrebbero essere”. Quindi l’attacco speculativo all’Italia avrebbe semplicemente riportato i tassi al loro livello naturale, considerate le scarse prospettive di crescita del paese e la sua bassissima credibilità. “Se è vero, come molti analisti affermano, che questi tassi sono insostenibili”, continua Wsj, “dobbiamo aspettarci tempi ancora più bui per l’Italia”.

Che fare? Mentre le risposte del governo continuano ad essere, nel migliori dei casi, elusive, la Banca d’Italia si starebbe preparando a un intervento d’emergenza per assumere i titoli pubblici italiani detenuti dalle banche nazionali, in cambio dell’impegno di queste ad acquistarne di nuovi a più lunga scadenza. A scriverlo è Oscar Giannino, in un editoriale apparso mercoledì sul Messaggero. Secondo il giornalista, sarebbe pronto a intervenire anche il Fondo monetario internazionale, nel caso in cui lo spread si avvicinasse a quota 500, creando “difficoltà strutturali di provvista di capitale” per le maggiori banche italiane. Le voci riportate dal Messaggero sono state ampiamente smentite sia da Bankitalia sia dal governo. Ma questi interventi, come si sa, di solito non si annunciano. Si attuano e basta. Sperando che si sia ancora in tempo per evitare il peggio.