Alessandro Profumo

Una colossale operazione finanziaria ideata, gestita e condotta brillantemente a termine con un solo obiettivo: frodare il fisco. Con questa accusa il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo ha ottenuto ieri il sequestro preventivo di 245 milioni di euro nei confronti di Unicredit. Sarebbe questo, infatti, secondo il magistrato, il profitto realizzato dalla banca tra il 2007 e il 2008 grazie a un complesso schema finanziario messo in piedi con la complicità della britannica Barclays bank.

Nel registro degli indagati sono finiti i nomi di 20 manager, tre dei quali dipendenti della banca inglese. Il primo della lista è Alessandro Profumo, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Unicredit. Nell’elenco compaiono anche, tra gli altri, gli allora responsabili dell’area fiscale Patrizio Braccioni e dell’area finanza Luciano Tuzzi. Il magistrato contesta a Profumo la “dichiarazione fiscale fraudolenta mediante altri artifici”. L’ex numero uno del gruppo bancario, che a settembre ha manifestato la propria disponibilità ad entrare in politica (“se si profilasse un governo allargato io sono qua, pronto e metto a disposizione quello che ho imparato”), ha infatti dato il via libera, con atti “datati 1 marzo 2007, 9 aprile 2008 e 7 novembre 2008”, a tre distinte operazioni che sarebbero servite a diminuire di oltre 745 milioni l’imponibile del gruppo bancario. Deriva da qui il risparmio fiscale e quindi i maggiori utili per 245 milioni finiti nel mirino della magistratura.

Il grande affare, nome in codice “Brontos“, ruotava attorno a una complessa struttura finanziaria costruita tra Milano, il Lussemburgo e Londra. Con un gioco di sponda tutto virtuale il denaro, in questo caso lire turche, rimbalzava dai conti Barclays a quelli di Unicredit con il risultato finale di aggirare le norme fiscali. In pratica tutto era congegnato in modo da far credere che la banca di Profumo investisse in un contratto di pronti contro termine su “strumenti partecipativi di capitale”. In realtà Unicredit alimentava un semplice deposito interbancario presso Barclays.

La differenza è sostanziale. Perché i proventi degli strumenti partecipativi, considerati come dividendi, sono deducibili al 95 per cento. Le imposte si pagano quindi solo sul 5 per cento dell’importo complessivo. Gli interessi maturati sul deposito interbancario sono invece tassati sul totale della somma. Il Gip Luigi Varanelli, che ha accolto la richiesta di sequestro, definisce l’operazione Brontos “fraudolenta” ed architettata per realizzare una “capziosa evasione fiscale”. I vertici di Unicredit erano “consapevoli” fin dall’inizio che quel gioco di sponda miliardario era a rischio di contestazioni da parte delle autorità. E infatti per avere un parere sull’operazione si erano rivolti nel 2007, e poi ancora nel 2008 e nel 2009, allo studio tributario milanese fondato dal ministro Giulio Tremonti.

“Si può fare”, era stata la conclusione dell’autorevole consulenza. Solo nel 2009, quando era già partita l’indagine di Robledo, la banca ha rinunciato a sfruttare lo schema Brontos pagando per intero le imposte sugli interessi. L’inchiesta potrebbe avere nuovi sviluppi. Non è infatti solo Unicredit ad aver adottato lo schema Brontos proposto da Barclays. Anche altre banche italiane lo hanno utilizzato negli anni scorsi per risparmiare sulle tasse.
In un comunicato stampa emesso nella serata di ieri il gruppo bancario, che da un anno (dopo l’uscita di Profumo) è guidato da Federico Ghizzoni, si è detto “molto sorpreso” del provvedimento, che non cambia la convinzione dell’istituto sulla “correttezza del proprio operato”. Su Brontos non c’è soltanto un’inchiesta penale. A giugno la Guardia di Finanza ha concluso anche una verifica tributaria contestando a Unicredit debiti d’imposta per 444 milioni di cui 269 milioni relativi proprio all’operazione finita nel mirino del procuratore aggiunto Robledo. Sono somme importanti anche per una banca delle dimensioni di Unicredit. La somma sequestrata corrisponde al 20 per cento circa dell’utile netto realizzato nel 2010 dall’istituto.

di Vittorio Malagutti e Antonella Mascali

da Il Fatto Quotidiano del 19 ottobre 2011