Ormai ci siamo, è davvero questione di ore. A partire da sabato 17 settembre entra in vigore il temuto aumento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva), l’aliquota occulta per eccellenza, che crescerà di un punto percentuale spingendo automaticamente al rialzo il prezzo di una lunga serie di beni e servizi. Un piano che è parte integrante dell’ultima versione della manovra finanziaria e che, si stima, dovrebbe garantire da solo un gettito extra di 4,2 miliardi per le casse dello Stato. Sempre che, s’intende, il provvedimento non sortisca l’effetto collaterale più ovvio, ovvero un’ulteriore spinta verso la depressione dei consumi.

Scarpe, televisori, computer. Ma anche caffè, sigarette e liquori. E’ una lista interminabile quella dei prodotti soggetti al rincaro. In pratica tutto ciò che è attualmente tassato al 20% farà da domani uno scatto in avanti a quota 21. Poche le eccezioni nel paniere complessivo di spesa, e tutte riguardanti i prodotti primari o comunque già caratterizzati da un’imposta più bassa (il 4 o il 10%). In pratica, resteranno invariati i prezzi dei generi alimentari primari (tanto su questi agisce già la speculazione internazionale…) e poco altro. La spesa per frutta e verdura, insomma, dovrebbe mantenersi stabile. La parcella dell’avvocato, dentista o commercialista no.

Discorso a parte per la benzina, uno dei prodotti su cui maggiormente incide la tassazione statale. Anche qui l’aumento dell’Iva avrà effetti immediati. A partire da sabato, il prezzo della benzina subirà un aumento di 1,32 centesimi contro gli 1,22 del gasolio. In sostanza, si calcola, il prezzo medio di un litro di verde dovrebbe toccare un nuovo livello massimo pari a 1,645 euro. L’equivalente diesel salirà a 1,523. Stando alle ultime rilevazioni, non risulta che le compagnie petrolifere abbiano proceduto ad effettuare rincari preventivi. Ciò nonostante, le associazioni dei consumatori non si sentono sufficientemente tranquille. Severe sono infatti le critiche provenienti da Federconsumatori e Adusbef che, in una nota congiunta, puntano il dito sui rincari e sugli effetti inflazionistici del provvedimento.

Ed è proprio il rischio di un rilancio dell’inflazione ad agitare i pensieri dell’Adusbef che, nell’aumento dell’Iva, vede un formidabile assist al rialzo dei prezzi. L’incremento della tassazione, in sostanza, rischierebbe di tradursi in una corsa al rincaro di fatto superiore all’aumento nominale dell’imposta. “L’aumento dell’Iva dal 20 al 21%, contenuto nella manovra appena approvata – spiega Pietro Giordano, Segretario Generale Adiconsum – oltre che produrre effetti negativi sui consumi degli italiani, rischia di realizzare effetti perversi sui prezzi dei beni soprattutto di prima necessità (alimentari, abiti, ecc.). Così come avvenne in occasione del passaggio dalla lira all’euro gli arrotondamenti a rialzo dei prezzi operati soprattutto dai commercianti sono un rischio più che concreto”. Tra i settori a maggior rischio, sottolinea ancora Giordano, spicca l’alimentare ma anche i cosiddetti componenti della filiera come trasporto merci, forniture di materiali e servizi resi al professionista da terzi.

Difficile dire se i timori delle associazioni siano esagerati o meno. Di certo a risultare più che giustificata è la logica di fondo che viene evocata. In altri termini, non è detto che ci toccherà assistere a rialzi eccessivi e fuori controllo, ciò non toglie, tuttavia, che la progressiva perdita di potere d’acquisto dei cittadini avrà l’effetto di deprimere ulteriormente i consumi facendo rallentare un’economia sempre più in crisi e caratterizzata da continue revisioni al ribasso nelle sue prospettive di crescita. Ieri, la Commissione europea ha ridotto le stime sull’incremento del Pil italiano per il 2011: +0,7% contro l’1% indicato nei mesi scorsi. Una revisione su cui pesa l’ipotesi di una crescita zero per il secondo semestre dell’anno in corso che, di fatto, non lascia intendere nulla di buono per il futuro soprattutto alla luce del generale rallentamento dell’economia europea e mondiale. Il rischio, ovviamente, è che la maxi manovra governativa finisca per produrre, fatte le dovute proporzioni, il classico “effetto Grecia”. I piani di rientro contabile di Atene, come noto, si sono basati su una politica di austerity che, lungi dal rilanciare l’economia, ha scatenato una recessione peggiore del previsto. L’Italia, ovviamente, non si trova nella stessa situazione e non è chiamata per questo a misure così draconiane. Ma il principio resta lo stesso e i timori di un’ondata recessiva appaiono per questo ampiamente giustificati.