Avviso a tutti i naviganti nella tempesta del debito: la Cina è pronta a soccorrere l’Europa, ma solo alle sue condizioni. E’ questa, in sostanza, la realtà che emerge nelle ultime ore dopo che da Pechino sono arrivate alcune dichiarazioni insolitamente esplicite per un Paese che delle affermazioni criptiche ha fatto da sempre la regola d’oro della sua diplomazia. Sì al massiccio intervento in Europa, dunque. Ma no alla beneficenza sul mercato obbligazionario. Come a dire: siamo pronti a investire nei vostri assets più promettenti, non certo nei vostri precari titoli di Stato.

Tra i primi a raccogliere il messaggio, si è segnalato oggi Ambrose Evans-Pritchard, uno dei più prestigiosi editorialisti britannici. “Il fondo sovrano cinese China Investment Corporation – scrive oggi Pritchard sulle colonne del Telegraph – ha avuto colloqui con l’Italia, ma si è dimostrato più interessato all’acquisto di asset strategici del comparto industriale”. Insomma, Giulio Tremonti ha offerto i nostri Btp ma da Lou Jiwei, il numero uno del Fondo, ha ricevuto ben altre proposte. E il motivo, a ben vedere, è piuttosto evidente. “Jiwei – nota Pritchard – è stato pesantemente attaccato in patria per le perdite patite sugli investimenti negli Usa dopo la crisi che colpito Lehman Brothers. E’ difficile quindi che possa decidere di rischiare la carriera una seconda volta acquistando quote di debito da Spagna e Italia”.

Secondo il Telegraph, la Cina, ad oggi, sarebbe esposta al debito europeo per circa 800 miliardi di euro, più o meno la stessa cifra del credito vantato da Pechino nei confronti degli Usa. Ma i titoli acquistati sono in massima parte quelli emessi dai Paesi più solidi come Francia, Germania e Olanda. Le indiscrezioni sull’Italia parlano di un credito cinese equivalente al 4% del debito di Roma, meno di un decimo del portafoglio obbligazionario sovrano complessivo sull’Europa. La Cina, insomma, sembra avere una scarsa propensione al rischio e i recenti eventi che hanno colpito i mercati, leggasi speculazione, hanno enfatizzato ulteriormente il rigore di questa posizione. “Ve lo immaginate cosa sarebbe accaduto se i nostri 3.200 miliardi di dollari di riserve estere fossero stati controllati da George Soros (uno dei più grandi speculatori del mondo, passato alla storia per l’attacco alla sterlina nel ’92 – ndr)? I mercati finanziari sarebbero stati soggetti a un caos molto maggiore” ha dichiarato Li Daokui, membro del comitato per le politiche monetarie della banca centrale cinese. E’ stato lo stesso Daokui a parlare apertamente della necessità di orientare i futuri investimenti verso gli assets industriali, più sicuri, stabili e meno soggetti alla speculazione.

E qui veniamo all’Italia e alla sua disperata necessità di accumulare liquidità per le casse pubbliche. Il piano, a quanto pare, già c’è. Ma non si concentrerebbe tanto sulle emissioni di titoli. Oggi, il Sole 24 ore ha rotto gli indugi ribattezzando la strategia con un nome che non potrebbe essere più evocativo: “Britannia 2”. Il riferimento corre alla celebre riunione svoltasi sull’omonimo panfilo inglese presso il porto di Civitavecchia. All’epoca, parliamo del giugno ’92, l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi mise sul piatto degli investitori esteri i gioielli di famiglia dello Stato, dall’Eni all’Iri. Oggi, si dice, a costituire l’offerta italiana ci sarebbero parti delle quote pubbliche dei colossi energetici (la stessa Eni e l’Enel), le utilities locali e, ovviamente, lo sconfinato patrimonio immobiliare. Una simile privatizzazione di massa, sostiene ancora Il quotidiano della Confindustria, potrebbe fruttare fino a 500 miliardi di euro (oltre un quarto del debito pubblico italiano, stimato oggi in più di 1.900 miliardi di euro).

Il premier cinese Wen Jiabao è pronto a benedire gli investimenti in Europa. Ma non per questo intende operare senza un ulteriore tornaconto. “Crediamo che alla Cina dovrebbe essere riconosciuto pienamente lo status di economia di mercato” ha evidenziato il capo del governo di Pechino con un chiarezza a dir poco spiazzante. La Cina, insomma, vuole porre fine alle guerre commerciali con l’Unione europea superando buona parte di quelle barriere protezionistiche erette dal continente contro i prezzi predatori delle merci provenienti da Oriente. Le contese hanno intasato gli organi giudicanti del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, chiamata più volte a dirimere i contrasti tra Pechino e l’Occidente. Il riconoscimento del Paese come “economia di mercato”, ovviamente, costituirebbe una sensazionale vittoria per l’export cinese rendendo inapplicabili molte misure di protezione doganale in Europa. Un obiettivo che la Cina sente ora di poter conseguire più facilmente sfruttando un crescente potere negoziale nei confronti dell’Unione Europea. Scopertasi oramai in conclamata crisi di astinenza da liquidità estera.