Poche righe di comunicato ufficiale per un annuncio che rischia di scatenare un terremoto nella Banca centrale europea nonché, con ogni probabilità, nel sempre meno solido esecutivo di Berlino. Con una decisione improvvisa, il tedesco Jürgen Stark ha annunciato oggi le proprie dimissioni dal ruolo di membro del consiglio direttivo della Bce. L’abbandono dell’incarico avviene con molto anticipo rispetto alla sua scadenza naturale, prevista per il 31 maggio 2014. Secondo la nota ufficiale della banca, Stark avrebbe motivato la sua scelta parlando di imprecisate “ragioni personali”. Ma le reali ragioni alla base della scelta sono apparse da subito piuttosto evidenti: nella conferenza stampa di ieri, il governatore uscente della Bce Trichet ha lasciato ampiamente intendere la persistente disponibilità dell’istituto centrale a proseguire negli acquisti di titoli di Stato di Paesi in difficoltà, Spagna e Italia in testa, un strategia alla quale Stark si era sempre opposto.

Nell’ultimo mese, la Bce è intervenuta massicciamente sul mercato secondario ponendo un freno all’impennata dello spread tra i titoli decennali italiani e gli omologhi tedeschi. Lunedì, la Banca aveva messo mano al portafoglio portandosi a casa 13,3 miliardi di titoli di Stato (italiani e non) continuando nel programma avviato lo scorso 12 agosto con una prima tranche di acquisti da 22 miliardi e proseguito una settimana più tardi con un ulteriore esborso da 26,3. Il 19 agosto, Stark aveva espresso le sue perplessità in un’intervista rilasciata al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt ma, nell’occasione, aveva usato toni molto diplomatici in un trionfo di “detto/non detto” giustificato dalla delicatezza del suo ruolo. Nell’intervista, per altro, Stark aveva contestato “la sterilizzazione dell’effetto liquidità” connesso agli acquisti dei bond in riferimento, probabilmente, alla presenza di tassi di interesse troppo elevati. Nel corso del colloquio, il consigliere Bce era sembrato quasi giustificare, al contrario, i maxi interventi di acquisto obbligazionario da parte della Fed Usa e della Banca d’Inghilterra, due istituti che da tempo mantengono il costo del denaro a livelli molto bassi. Non è da escludere, dunque, che alla base delle dimissioni odierne possa esserci un dissenso non solo sulle operazioni di acquisto dei bond ma anche sulle scelte di politica monetaria. La Bce, come noto, ha scelto ieri di lasciare invariati i tassi di riferimento a quota 1,5%.

A lanciare le prime indiscrezioni su Stark, con lieve anticipo rispetto alla conferma ufficiale, era stata oggi l’agenzia Reuters che, citando due diverse fonti anonime vicine alla questione, aveva chiamato in causa proprio gli interventi Bce sul mercato secondario dei titoli sovrani come fondamentale elemento di discordia tra Stark e Trichet. Poco fa, la stessa Reuters ha anticipato la probabile sostituzione del consigliere dimissionario con il vice ministro delle Finanze di Berlino Joerg Asmussen, a quanto si dice uomo di fiducia del cancelliere Angela Merkel.

Parlando di fronte al Bundestag appena due giorni fa, proprio Angela Merkel aveva implicitamente difeso la politica degli acquisti Bce sottolineando l’assoluta necessità da parte dell’Unione di difendere l’integrità dell’euro. Una tesi ribadita di fatto dallo stesso Jean-Claude Trichet nel corso della conferenza stampa di ieri. Quella assunta dalla Merkel, tuttavia, resta una posizione sostanzialmente scomoda. La cancelliera è chiamata infatti a fare i conti con il crescente malcontento del suo Paese, sempre meno incline ad accettare di farsi carico dei costi di salvataggio delle economie meno virtuose attraverso l’aumento dei fondi destinati agli acquisti (la Germania resta ovviamente il principale contribuente della Bce). La Merkel, come noto, si oppone senza riserve all’ipotesi degli eurobond, ma questa presa di posizione rischia ora di passare in secondo piano di fronte al pericolo di un rafforzamento dello schieramento “massimalista” che nelle dimissioni di Stark potrebbe trovare una nuova spinta in termini di consenso e capacità di influenza.

Chi ha già iniziato a patire le prime conseguenze negative dell’addio di Stark, è ovviamente il mercato. Alle 17:30 Wall Street era già in forte perdita con il Dow Jones in calo (meno 2,17%) seguito a ruota dal Nasdaq (meno 1,46%). Malissimo le piazze europee: Milano è la peggiore del continente (-4,93%) e Francoforte non fa particolarmente meglio bruciando ben 4,13 punti percentuali. Parigi chiude a -3,63% mentre Londra si collocava in territorio negativo a quota -2,48%. Lo spread tra Btp e Bund, nel frattempo, è salito a 376 punti.