Un’osservazione, tanto per cominciare. Le nuove norme contro gli evasori, quelle che dovrebbero coprire i buchi della terza (o quarta?) versione della manovra, sono state partorite da un governo presieduto da un imputato per frode fiscale. Insomma, una garanzia. Anche perché Silvio Berlusconi, sotto processo a Milano per le presunte truffe all’Erario della sua Mediaset, è lo stesso che in passato ha definito l’evasione “un diritto naturale nel cuore degli uomini” quando un cittadino deve dare allo Stato più di un terzo di quanto guadagna.

Siamo quindi di fronte a una vera conversione. Il Berlusconi imputato di frode fiscale, l’imprenditore comprensivo verso i suoi colleghi oppressi dalle tasse, adesso prova a fare la faccia feroce con gli evasori. L’ingrato compito è stato affidato al ministro Giulio Tremonti, l’inventore di scudi e condoni che negli anni scorsi hanno sostanzialmente indebolito efficacia e credibilità delle norme che adesso si vorrebbero inasprire. “Carcere a chi evade più di tre milioni”, annuncia il governo con la grancassa di qualche giornale.

Lo slogan può anche avere una certa efficacia propagandistica, ma provoca per lo più commenti ironici tra gli addetti ai lavori. Carcere? Non esageriamo. La nuova norma modifica alcuni articoli della legge 74 del 2000, quella sui reati tributari, la stessa che Berlusconi è accusato di aver violato. In pratica il testo dell’emendamento alla manovra prevede che in caso di omessa o falsa dichiarazione, emissione di fatture per operazioni inesistenti o altre truffe simili, non scatta la sospensione condizionale della pena quando “l’imposta evasa o non versata sia superiore ai tre milioni di euro”. L’annuncio di questa novità ha messo in moto la macchina della propaganda sul carcere agli evasori. In realtà, è molto probabile che, semmai l’emendamento dovesse tradursi in legge, le cose andranno diversamente. Perché per condannare gli evasori, e quindi mandarli in galera, si dovranno istruire i processi. Impresa sempre più complicata per una macchina della giustizia che è stata resa ancora più inefficiente dallo stesso governo che adesso annuncia di voler combattere i furboni del fisco con le armi del codice penale.

Il compito più difficile per i magistrati sarà, tanto per cambiare, quello di arrivare a sentenza prima della prescrizione, che nel caso dei reati tributari più gravi scatta al sesto anno successivo all’avviso di accertamento fiscale. E chi ha ridotto i termini di prescrizione, rendendo la vita più facile, tra gli altri, anche agli evasori fiscali? Risposta semplice semplice: lo stesso governo Berlusconi-Tremonti che adesso annuncia sfracelli nella lotta ai criminali del fisco.

Del resto se andiamo indietro nel tempo fino al 1982, l’anno della legge soprannominata “manette agli evasori” si scopre che quelle norme si rivelarono di efficacia di gran lunga inferiore alle attese. Franco Reviglio, il ministro socialista che s’inventò quella legge, poteva contare su un giovane e brillante assistente. Il suo nome? Giulio Tremonti, che a trent’anni di distanza torna sui suoi passi. Anche allora, dopo tante chiacchiere ed annunci roboanti, l’erario raccolse un pugno di mosche. Si ingolfarono i tribunali con una miriade di procedimenti, ma gli evasori grandi e piccoli continuarono a fare i loro comodi. A meno di non considerare un colpo decisivo all’evasione l’arresto (17 giorni di carcere nel 1982) di Sophia Loren per una questione di quasi vent’anni prima.

Morale della storia: la minaccia delle manette non porta di per sé a una repressione efficace del fenomeno dell’evasione. Fare la faccia feroce non serve a niente se la macchina amministrativa è lenta e i processi penali si trascinano per anni e spesso finiscono per schiantarsi contro il muro della prescrizione. Lo insegna l’esperienza del passato. Con buona pace di Tremonti, il quale si dice sicuro che il frutto della lotta all’evasione coprirà i buchi provocati dalle correzioni in corsa dei precedenti annunci. Auguri.

Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2011