Questa crisi cambia in fretta: fino a pochi giorni fa la preoccupazione degli investitori era la capacità di grandi Stati europei come Italia e Spagna di sostenere il proprio enorme debito pubblico a fronte di una bassa crescita. Ora quello che fa impazzire i mercati finanziari è la paura di una imminente recessione, dovuta ai sacrifici che le economie periferiche dovranno fare per rimettere in ordine i conti e alle difficoltà impreviste delle locomotive del mondo occidentale, Germania e Stati Uniti. L’economia tedesca nel secondo trimestre è cresciuta solo dello 0,2 per cento, gli Stati Uniti soltanto dell’1,3 (mentre gli ottimisti speravano in un 2011 al 3-4 per cento).

Non è detto che la recessione arrivi davvero, ma basta il panico di Borsa a rendere assai più probabile che si materializzi. L’economista Nicholas Bloom, in uno studio pubblicato sul sito Voxeu.org, spiega come funziona il meccanismo: negli ultimi 16 casi di panico finanziario – dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962 a Lehman Brothers nel 2008 fino a quella della Grecia – le turbolenze sono durate in media 1,9 mesi. Quindi per quasi due mesi gli investitori hanno fatto grande fatica nel predire cosa stava per succedere quindi, nel dubbio, tendono a vendere. Di fronte a una grande incertezza, i consumatori rinviano i consumi più impegnativi, tipico caso l’acquisto dell’auto, con il risultato che scendono gli ordinativi, le imprese devono rivedere le loro stime al ribasso, magari addirittura licenziare o mandare gli operai in cassa integrazione. Con il risultato che i peggiori timori si realizzano, il Pil si riduce e l’economia ristagna.

Per questo adesso i titoli del settore industriale in Borsa soffrono più di quelli delle banche. E secondo i calcoli del professor Bloom, una crisi di panico finanziario determina una riduzione dellla crescita del 2 per cento seguita, dopo sei mesi, da una fase di ripresa. I problemi però si aggravano se le crisi di panico diventano sempre più frequenti e ravvicinate: considerando l’indice Vix, che misura la volatilità (cioè le oscillazioni di prezzo) del mercato Usa, si nota che negli ultimi 10 anni ci sono stati sei momenti di panico. L’11 settembre, la guerra del Golfo, poi il picco massimo della crisi finanziaria nell’estate 2008, seguito dalla Grecia e dal disastro del debito pubblico, con l’effetto domino partito da Atene che ora sta arrivando a Roma e Madrid. Questi ultrimi tre momenti di incertezza sono concentrati in meno di tre anni. E più gli attacchi di panico sono ravvicinati, meno spazio c’è per la ripresa. Con il risultato che ogni nuova scossa rischia di creare danni sempre più gravi.

Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2011