Pubblichiamo di seguito una parte dei testi  inviati durante la notte dai nostri lettori che si trovano a Londra e in Inghilterra. Diamo prima spazio a post brevi e informativi.
Postate il vostro commento qui sotto, oppure scrivete a londra@ilfattoquotidiano.it
Aggiornato alle ore 11.35 del 10 agosto 2011

Volevo raccontarvi cosa ho visto ieri sera a Clapham Junction, nel sud-ovest di Londra, dove vivo.
A quanto pare i saccheggi sono cominciati nel tardo pomeriggio. La polizia è arrivata verso le nove di sera per poi sparire dopo solo venti minuti. Evidentemente, trovatasi nella situazione di essere in venti contro duecento, ha immediatamente realizzato che la cosa sarebbe stata difficile da gestire. La folla aveva già cominciato a saccheggiare Curry’s, un rivenditore di tecnologia, e vari negozi di abbigliamento. Percorrendo la piccola strada affollata di botteghe nei pressi della stazione i ‘riottosi’ sono infine arrivati indisturbati all’incrocio principale, dove c’è Debenham: un grosso store qui a Clapham Junction, l’ideale se volete comprare cose di marca nella zona. Ed è qui che sono arrivato verso le 21.30 di sera spinto dalla curiosità di vedere con i miei occhi cosa stava accadendo, e per cercare di capire di cosa parlasse la Bbc quando mostrava gli incendi e i disordini. Appena arrivato sono rimasto profondamente colpito, sia dalla complessità che dall’importanza di quello che stavo testimoniando.

C’erano gli hoodies, i ragazzi incappucciati che qui a Londra sono molto sbrigativamente sinonimo di criminalità e di immagini da ghetto nero. Ragazzi che si organizzano in gangs di quartiere, e che negli ultimi anni si sono scannati a vicenda sull’appartenenza o meno a un specifico postcode (c.a.p.) di provenienza. E questi sono i giovani descritti come annoiati, violenti ecc. Ma due cose sono sicure: questi erano una minoranza, e… questi si stavano divertendo! Poi c’erano i senza-lavoro. Uomini e donne anche sulla trentina, che approfittavano opportunisticamente della situazione per prendere quello che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. Infine c’erano gli spettatori preoccupati, che magari fino a qualche attimo prima stavano sorseggiando comodamente una birra all’esterno del pub, forse con una punta di divertimento. La polizia come ho già detto era l’unica assente.

Eppure la preoccupazione, che avevo anch’io mentre mi avvicinavo all’incrocio e vedevo transitare ragazzi in bici o a piedi con le braccia piene di borse, pacchi ecc. che andavano nella direzione opposta alla mia, è andata piano piano scemando. Perché non c’era violenza! Per strada, camminando a fatica sotto il peso della ‘refurtiva, c’era gente ‘normale’. La violenza era certo contro le cose, i negozi, ma non contro le persone. Sembrava che la gente fosse uscita a fare una camminata, e già che c’era ogni tanto qualcuno entrava a Debenham per pigliare qualcosa come se niente fosse. C’era eccitazione nell’aria, ma è la stessa che trovereste andando a un concerto all’aperto, dove sai che possono succedere cose un po’ fuori dall’ordinario, magari anche pericolose, illegali, ma ti ci diverti lo stesso. Dopo una mezz’ora c’è stato un fuggi fuggi generale per via dell’arrivo di due camionette della polizia, subito dileguatesi. Infine poco dopo sono arrivati agenti in tenuta antisommossa con i cani. Ho appreso questa mattina di incendi nella notte, anche se di piccola entità rispetto a Croydon, per esempio.

A parte questa descrizione superficiale ci sono però, secondo me, delle questioni di fondo che fanno fatica a trovare la giusta rappresentanza sui media. Cameron parla di usare la ‘forza della legge’ per dare una lezione esemplare ai ‘riottosi’. Pochi sembrano invece interrogarsi sul fatto che forse una ‘lezione’ questi giovani l’hanno già avuta, e continuano ad averla, grazie ad un sistema educativo penalizzante per le fasce più deboli (aumento delle tasse universitarie, tagli agli aiuti per gli studenti disagiati), grazie alla crisi economica attuale (più di uno di loro ha probabilmente uno o entrambi i genitori disoccupati in questo momento), e grazie alla segregazione strisciante che qui a Londra si respira nei confronti delle persone di colore, e che quindi fa gridare a qualcuno di loro: “Noi siamo poveri, e voi siete ricchi!” Perché, si chiedono, per loro devono essere negate cose che per noi, bianchi borghesi, sono accessibili?

E qui nasce un paradosso che mi ha davvero ammutolito ieri mentre osservavo la situazione. I ragazzi se ne andavano con borse e scatole piene di scarpe di ginnastica firmate, video al plasma, console per videogiochi, occhiali da sole (mentre ritornavo a casa uno mi camminava a lato con la targhetta del prezzo ancora ciondolante dall’asta dei suoi nuovi occhiali!). Ho pensato di trovarmi di fronte ad una vera e propria forma di riappropriazione proletaria in salsa londinese. Questa città è la vetta del capitalismo mondiale, e quando uno ha fame a Londra, dove tutto luccica, dove tutto è cool, ruba cose di marca!

Vi consiglio vivamente, se non l’avete già fatto, di leggervi questi due articoli apparsi sul Guardian. I due pezzi migliori secondo me, che analizzano senza ipocrisie la situazione giovanile qui in Inghilterra, e il perché tutto questo stia avvenendo.
The Guardian (1)
The Guardian (2)
Gianluca

St Paul’s è una delle zone più sgarrupate di Bristol. Per immaginarsela bisogna allontanarsi dalle patinate e rarefatte atmosfere dei film di James Ivory per tuffarsi in quelle rumorose e sanguigne della working class raccontata da Ken Loach. Occorre scordarsi le eleganti case vittoriane con le loro tipiche bay windows (le finestre che, proiettandosi verso l’esterno della casa, regalano più luce alla living room)
e pensare a ben più modeste abitazioni, i cui grigi muri sono stati a volte riusati come tela dai writers locali, non tutti, va detto, col talento irriverente del famoso artista locale Banksy. Occorre riporre gli occhialini e la bacchetta da Harry Potter, e immergersi in una puntata di Coronation Street o ripescare dalla playlist The Full Monty. O meglio ancora Burnin’ And Lootin’ di Bob Marley, visto la grande comunita’ caraibica che vi risiede e che identifica il quartiere. Stasera, tra i tanti, ho incontrato un uomo con i capelli rasta raccolti in un cappellino, un ragazzo di colore con capelli cotonati in stile anni ’70, un dignitosissimo anziano che spingeva paziente un carretto dagli allegri colori della bandiera jamaicana cercando di vendere non so cosa non so con quale successo, un gruppuscolo di giovani che il dizionario definirebbe yobs (l’opposto, non solo linguistico, dei good boys). Insomma un campione di popolazione ben lontana dalla stereotipata idea di Inghilterra creatasi in anni di Miss Marple e Mister Bean. A St Paul’s si va per due motivi: o perchè vi si abita o per il carnevale, l’evento annuale che si svolge il primo sabato di luglio (meglio sottolinearne la data, giusto per evitare che qualcuno si presenti a Febbraio) e che fa diventare
il quartiere una discoteca a cielo aperto. Oddio, forse, St Paul’s attira per piu’ di due motivi: i rumors cittadini affermano che il quartiere è sede di prostituzione e spaccio di droga; di questi mercati raramente si hanno prove dirette, ma posso quanto meno confermare che nelle vicinanze ci sono bui ingressi che portano in centri massaggi, probabilmente autodefinitisi tali. Nella notte di lunedi, a St Paul’s e nelle zone circostanti, un centinaio di persone hanno espresso la loro rabbia, la loro insoddisfazione o semplicemnte la loro violenza, non ho strumenti per fare un’analisi sociologica, in appiccamenti di fuochi, disordini, vetrine rotte, furti e scontri con la polizia. Per fortuna da nessuna delle due parti c’è scappato il morto. Stasera, poliziotti in tenuta da sommossa e blindati con protezione metallica ai vetri punteggiavano gli ingressi di un quartiere all’apparenza calmo. Chissà se l’inusuale serata estiva caratterizzata dal un bel cielo azzurro in cui le nuvole latinano e da quella che in Italia si definirebbe una temperatura primaverile, faciliterà altri scontri o indurrà a atteggiamenti più pacifici.
Maurizio Pardi

Che il Regno Unito abbia dei problemi sociali insiti nella sua forte stratificazione e moltitudine di etnie coesistenti è senza dubbio. Non sarebbe da meravigliarsi se tutto ciò un giorno sfociasse in rivolte legate a richieste di maggiori diritti e riduzione della forchetta sociale.
Ma per chi come me vive a Londra e segue queste rivolte – che chiamerei piuttosto saccheggi – sa che la politica non c’entra nulla. La tendenza, soprattutto giornalistica, è quella di idealizzare o trovare la parte più romantica dei fatti. Leggete i blog o i tweet delle persone che scendono in strata; il loro motto è “scendiamo e diventiamo ricchi” o “roba gratis è meglio di niente”. Insomma, a questi che stanno mettendo a ferro e fuoco la città non interessa nulla della politica, dei diritti sociali. E’ puro vandalismo, la più becera forma di psicologia di gruppo. Distruggo quindi sono.
Vivere in una città sotto assedio, dove girano la sera solo ragazzi incappucciati che svaligiano negozi ed entrano nei ristoranti per rubare i telefonini ai clienti fa davvero tristezza. E rabbia fa leggere articoli in cui si mette di mezzo la politica.
Claudio

In questi giorni Londra è una città diversa: spaventosa, aggressiva, violenta, a tratti deserta e un po’ fantasma. Le sirene della polizia e dei vigili continuano a riempire l’aria.
Capire cosa realmente stia succedendo è, al momento difficile.
Tutto è nato dalla morte di un ragazzo, ma è evidente che tutta questa rabbia poco ha a che vedere con tale morte. Sarebbe fin troppo “facile” se così fosse: si potrebbe bollare la comunità nera e via. Ma la situazione è ben peggiore, soprattutto se si considera che tanti -troppi- tra i partecipenti ai riots sono minorenni. La situazione è preoccupante e si sta estendendo velocemente anche alle altre città.
La priorità ora è fermare gli scontri e gli atti vandalici. Ma l’Inghilterra deve fermarsi a riflettere sulle cause profonde di questa esplosione di rabbia. Non si tratta di una rivolta etnica; non si tratta di intolleranza religiosa; non è neanche una rivolta messa su dagli immigrati e non ci sono rivendicazioni politiche: da dove nasce questo malessere? Qaul è l’origine di questa rabbia? E’ vero che tanti sono ragazzini e che per la maggior parte si tratta di vandalismo puro e semplice, senza nessuna rivendicazione. Ma cosa ci fanno tanti giovanissimi in giro per le strade a spaccare vetrine? Avrà il Governo il coraggio di assumersi la sua fetta di responsabilità e fare mea culpa ripensando a tutti i tagli che stati fatti e a tutte le spese che sono aumentate?
Oggi Londra fa paura, con i suoi 16.000 poliziotti, le strade vuote, i negozi chiusi troppo presto, i bus e le metro quasi vuote. Si respira un clima di attesa: cosa succederà questa notte? La polizia ha avuto il via libera per azioni più incisive, finora usate solo in Irlanda del Nord (ma usate sovente in Italia… ). Questa può ovviamente rivelarsi un’arma a doppio taglio, rischiando di fomentare ulteriormente la rivolta. Ciò che incoraggia è il fatto che le comunità locali si siano sollevate, pronte a proteggere la propria zona e già attive nel ripulire i danni subiti.
Ora si attende la fine dei riots, per poter -spero- cominciare a ricostruire e a interrogarsi sui perchè.
Simona

Ciao a tutta la redazione del Fatto,
sono Danilo Vigliotta uno studente universitario di Napoli e attualmente mi trovo a Londra con due miei colleghi per uno stage presso la società Bloomberg. Attualmente il nostro appartamento è nella City a Barbican. Lunedì appena arrivati ci siamo subito accorti che qualcosa non andava. Troppe sirene spiegate. Troppe autoambulanze.
Ci risulta difficile camminare per le strade la sera. Stanotte abbiamo preferito evitare quartieri come Soho, Notting Hill e Picccadilly, preferiamo stare lungo il fiume (tower bridge) che sembra una zona più tranquilla. Solo questa sera abbiamo contato ad aldergate un’autopompa e 7 camionette della polizia.
nonostante ciò la gente sembra molto gentile e non troppo presa dal panico.
Grazie, ciao.
Danilo

Sono un vostro affezionato lettore e sono tornato questa sera da Londra. Io ho soggiornato in centro e, non si sono visti nè incendi nè scontri. Vi pregherei di non allarmare troppo gli italiani, perchè, durante il mio soggiorno, mi sono arrivati addirittura messaggi perchiedermi se ero ancora vivo. Sarebbe meglio informare le persone che gli scontri sono, per ora, confinati fuori dal centro di Londra. Inoltre, oltre qualche volante della Polizia in più del solito, è impressionante come gli inglesi non siano minimamente turbati (la maggior parte) da questi scontri (anche se questo non è del tutto positivo) e continuino la loro vita come se niente fosse. Vi ringrazio e spero di essere stato esplicito.
Cordiali Saluti
Jacopo Leopardi

A Salford, periferia nord-ovest di Manchester, alle 8:30 P.M. un gruppo di duecento persone si è radunato nei pressi del complesso commerciale della zone è ha dato fuoco al market “Tesco”. La polizia , il cui distretto si trova a poche centinaia di metri dall’incendio, è intervenuta tempestivamente ed in maniera massiccia per sedare il rivoltosi, i quali in un primo momento sembravano essere in fuga. Ma l’intervento della polizia sembra aver scatenato l’ira della gente di Salford che si è riversata nelle strade, in breve tempo è stato appiccato un secondo incendio a nulla è servito l’arrivo di altri agenti di polizia in tenuta anti sommossa. Contemporaneamente sembra siano stati appiccati altri incendi al centro di Manchester in Piccadily Gardens, colpiti il Burger King, Starbucks e lo stesso market Tesco. Alle 12:30 le fiamme sono ancora alte e gli scontri sembrano intensificarsi col passare delle ore.
Marco De Vivo

Aggiornato alle ore 11.35 del 10 agosto 2011

I vostri racconti da Londra/2
I vostri racconti da Londra/3