“Noi siamo garantisti, la sinistra è forcaiola”. Ha gioco facile il premier a sottolineare la figuraccia del Pd, con il Senato che salva il democratico Alberto Tedesco e la Camera che condanna alla galera Alfonso Papa. Ma omette l’analisi più dolorosa: il deputato del Pdl entra mestamente nel carcere napoletano di Poggioreale perché la Lega non ha sposato la posizione del Pdl. E’ venuto meno l’asse di ferro con Umberto Bossi. Perché il risultato di oggi a Montecitorio, segna, inequivocabile, la vittoria della corrente di Roberto Maroni. E l’assenza dall’aula del senatùr è la conferma che Bossi sapeva che sarebbe finita così. Silvio Berlusconi lo sa. Ha sbattuto i pugni sul tavolo quando ha sentito Gianfranco Fini leggere il risultato del voto in aula e si è poi sfogato con i suoi (leggi l’articolo di Luca Telese). Parlerà con l’amico leghista venerdì in Consiglio dei Ministri, ma sa bene che Bossi non ha più la guida del partito. L’unica rimasta a scalciare è Rosy Mauro, ma il fantomatico Cerchio Magico è saltato. Nei prossimi giorni in via Bellerio si deciderà come salvare il padre nobile Umberto e traghettare così la Lega verso la nuova stagione politica senza più la zavorra dell’alleanza di ferro con Arcore. E’ tutto già deciso: sarà lo stesso Bossi a consegnare il testimone a Maroni, probabilmente a Ponte di Legno a metà agosto. Rilette dopo il voto, le dichiarazioni degli ultimi giorni di Bossi, in altalena costante tra “la Lega vota si” e “la Lega vota no”, appaiono come il balletto di un politico di seconda fila che tenta di indovinare cosa deciderà il proprio leader, piuttosto che quelle di un Capo che detta la linea ai suoi.

E quando alla Camera lo scalpo di Papa era ormai colto, al Senato la Lega ha deciso di salvare Tedesco e votare con il Pdl contro l’arresto per poi accusare l’opposizione, il Pd in particolare, di aver salvato i suoi. Ma i numeri sono chiari. Alla Camera come al Senato. A Montecitorio il gruppo del Carroccio è composto da 59 deputati. Di questi 39 sono considerati maroniani e almeno in 32 hanno votato a favore dell’arresto di Papa. Se persino il capogruppo Marco Reguzzoni (che a breve sarà sostituito dal maroniano Giacomo Stucchi) si è sentito in dovere di fotografare con il telefonino il momento in cui votava sì e poi mostrarlo, significa che il ministro dell’Interno ha vinto la battaglia interna.

A Palazzo Madama, invece, dove la maggioranza è ben più ampia che a Montecitorio e soprattutto dove non esiste una vera e propria corrente maroniana, è stato gioco facile votare insieme al Pdl. E il risultato fa più rumore a ricordare le parole del leghista Sandro Mazzatorta che durante le dichiarazioni di voto ha annunciato: La Lega voterà sì alla richiesta di arresto per Tedesco. Insomma, un comportamento simile a quello adottato il 29 aprile 1993 quando venne messa ai voti l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi. Il Carroccio tra i banchi di Montecitorio mostrò il cappio ma nel segreto dell’urna salvò il leader socialista. Il trucco, allora come oggi, è il voto segreto.

Ma la lettura dei numeri è sempre “agevole”, per dirla con Anna Finocchiaro. Il capogruppo del Pd a Palazzo Madama è stata la prima a metter mano al pallottoliere. “La Lega ha annunciato che avrebbe votato per concedere l’autorizzazione all’arresto e invece ha votato con il Pdl. I numeri parlano chiaro, quelli delle opposizioni ci sono tutti. Quelli che mancano sono quelli della Lega”, ha detto. Per poi “smascherare” così la manovra del Carroccio: “In aula c’è stato il tentativo, ben riuscito, di allungare i tempi della votazione al Senato, ovviamente per attendere l’esito della Camera. Quando i leghisti hanno ottenuto lo scalpo alla Camera allora hanno ricambiato annunciando che avrebbero votato per l’autorizzazione, ma nel segreto dell’urna hanno fatto diversamente per poter dire che le opposizioni hanno salvato Tedesco. Le bugie però hanno le gambe corte”.

Alla Camera, invece, non c’è stato nulla da smascherare. Maroni è stato il primo a intestarsi i meriti: “Siamo stati coerenti, abbiamo votato come detto”. Ed è bastato questo a spingere il Pdl ad accusare la Lega di inciucio con il Pd con la sponda dell’Udc. In Transatlantico si sprecano le voci su un futuro governo tecnico con la sinistra sponsorizzato da Maroni. Renato Paolini, deputato leghista e componente della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, tenta di salvare la faccia. “Abbiamo rispettato la linea dettata dal nostro segretario federale, Bossi”. E garantisce: “Nessun inciucio, la vera casta è il Pd, basta vedere quanto accaduto al Senato sul caso Tedesco”. Ma raccoglie qualche compiaciuto sorriso tra le fila del Pdl, nulla di più. Perché di fatto, la foto della giornata è un’altra. La scatta chiaramente Nino Lo Presti di Futuro e Libertà. “La politica italiana, dopo la giornata di oggi, non sarà pià la stessa, ma a cambiare definitivamente i connotati sarà anche la Lega Nord: la presenza in Aula alla Camera di Maroni ha condizionato il voto del Carroccio”. Da un lato la Lega ha decretato la fine dei suoi rapporti con il Pdl di Berlusconi, e dall’altro ha inferto una lezione al Pd, facendo valere i propri voti. Sentenzia Lo Presti: “Per il cerchio magico di Bossi c’è ormai solo da suonare il requiem”. E chi ha visto la “reginetta” del cerchio magico Rosy Mauro in Senato, oggi visibilmente scossa e agitata, garantisce che il requiem è appena iniziato. E a Palazzo Grazioli si comincia a intravedere la fine della corsa.