La corte di appello di Bologna si è pronunciata alle 15: le condanne per l’uccisione di Federico Aldrovandi sono state confermate. 3 anni e mezzo a tutti e quattro i poliziotti condannati in primo grado. L’unica amarezza, da parte dei familiari, è sapere che la condanna si risolverà in soli sei mesi. I tre anni – ma questo si sapeva in anticipo – vengono condonati per effetto dell’indulto.

C’erano tutti, oggi, nell’aula della corte d’appello di Bologna intitolata a Vittorio Occorsio, il magistrato ucciso nel 1976 da estremisti neri. C’erano i genitori di Federico Aldrovandi, Lino e Patrizia Moretti, il fratello minore Stefano e lo zio Franco. Colui a che fu costretto a effettuare il riconoscimento del diciotenne di Ferrara e che disse subito dopo: “Credevo che gli fosse passato sopra un camion”. E poi c’erano i suoi amici, quelli che hanno dato vita all’associazione “Verità per Aldro”.

La sentenza pronunciata oggi è stata il secondo ciclo importante che si è chiuso nella vicenda di Federico Aldrovandi, per la cui morte sono stati imputati i quattro agenti della questura di Ferrara che intervennero in via dell’Ippodromo la mattina del 25 settembre 2005. Sono Paolo Forlani, Enzo Pontani (entrambi in aula stamattina), Luca Pollastri (assente oggi, ma presente nelle udienze precedenti) e Monica Segatto (contumace per tutto il secondo grado), già condannati in primo grado a tre anni e mezzo di carcere.

Un processo che diventa un paradigma per casi analoghi. La commozione, in attesa del pronunciamento della corte, presieduta dal giudice Daniela Magagnoli (Luca Ghedini e Franca Oliva i magistrati che con lei hanno composto il collegio giudicante), era palpabile. Era palpabile per i familiari e gli amici di Federico, che si sono lasciati andare quando l’ultimo degli avvocati della difesa dei poliziotti, Gabriele Bordoni, ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Ed era palpabile anche per un altro motivo.

La vicenda processuale per l’omicidio del diciottenne è sembrata infatti un paradigma a cui guardano anche altre famiglie che sono passate per eventi analoghi. Lo ha dimostrato la presenza in aula di due donne, Ilaria Cucchi e Lucia Uva. La prima è la sorella di Stefano, 31 anni, morto in carcere a Roma nell’ottobre 2009 dopo essere stato arrestato per detenzione di una modica quantità di sostanze stupefacenti. Anche la seconda è una sorella, in questo caso di Giuseppe, 43 anni, deceduto dopo essere stato fermato dai carabinieri di Varese e portato in caserma. Era il 14 giugno 2008 e in entrambi i casi il sospetto è che a provocarne la morte siano stato il “trattamento” subito mentre si trovavano nelle “mani dello Stato”.

Le due donne sono state anche le prime a commentare l’ultima udienza del processo d’appello per la morte di Aldrovandi. Ha spiegato Ilaria Cucchi: “Quello che è successo a Federico è importante perché ci ha dato il coraggio di chiedere verità e giustizia per mio fratello Stefano. Credo nella giustizia e nello Stato, ma proprio dallo Stato attendo risposte”.

Di giustizia e Stato ha parlato anche Lucia Uva, che ha detto: “Mi devono spiegare perché mio fratello Giuseppe è entrato in caserma vivo e ne è uscito morto disteso sopra una barella. Ci sono responsabilità che devono essere accertate. Allo Stato chiedo giustizia perché questo è il valore che voglio trasmettere ai miei figli”.

Le fasi del processo di secondo grado. Il processo d’appello è stato più lungo di quello che all’inizio si era pensato. Il padre di Federico, Lino, aveva chiesto in avvio – era il 15 maggio 2010 – che gli spiegassero “cosa aveva fatto di male mio figlio per meritare di finire così”. E la convinzione condivisa era che, una volta esaurita la lettura della relazione iniziale che ricostruiva le fasi del primo grado, si sarebbe passati ad ascoltare le parti e a concludere.

Invece il presidente della corte aveva accolto alcune delle richieste delle difese dei poliziotti. Tra queste l’acquisizione di un articolo di una rivista scientifica americana che parla degli effetti della ketamina e aveva disposto un nuovo confronto tra i periti Gustavo Thiene, che rilevò le prove della compressione toracica a cui era stato sottoposto il ragazzo, e Claudio Rapezzi, il consulente della difesa che parlò già nel precedente grado di giudizio di danni al cuore provocati dall’assunzione di sostanze stupefacenti.

Questo confronto, che rispetto al primo grado non aveva portato novità (entrambi i periti erano rimasti sulle proprie posizioni), aveva fatto temere che un’altra evenienza: la disposizione di nuove perizie medico-legali sui tessuti cardiaci del ragazzo. Ma esaurita questa fase, la corte aveva deciso di procedere con le requisitorie finali.

Per il procuratore generale Miranda Bambace, non c’è alcun dubbio su ciò che accadde quella mattina di quasi sei anni fa: i quattro, intervenuti su due volanti e in due momenti consecutivi, si accanirono sul giovane provocandone la morte. “Uccisero in ragazzo indifeso”, ha detto nell’udienza del 6 giugno scorso e per questo ha chiesto la conferma della condanna a tre anni e mezzo di carcere senza concedere attenuanti generiche né riduzioni di pena perché non avrebbe ravvisato nel comportamento degli imputati “elementi che le giustificassero”.

Di avviso totalmente diverso invece le difese che, nel corso degli interventi degli avvocati, si sono basate su tre elementi sostanziali: la sindrome da delirio (mai dimostrata finora) che avrebbe colto Federico quella mattina, una sua presunta tossicodipendenza (mentre le indagini tossicologiche dimostrarono livelli esigui di sostanze psicotrope) e una condotta rispondente ai regolamenti da parte degli agenti. “Anzi”, aveva affermato il legale Giovanni Trombini, “i manuali operativi descrivono pratiche più violente di quelle che usate dagli imputati”. Di qui la richiesta di assoluzione perché non ci sarebbe stato alcun eccesso colposo.

I genitori: “Basta con le menzogne su nostro figlio”. “A questo punto diamo loro in encomio”, aveva commentato il padre nel corso dell’udienza del 6 giugno, che aveva aggiunto: “Dopo tutto questo tempo, vorrei che si giungesse a una parola definitiva e che mio figlio fosse lasciato riposare in pace, senza che ogni volta venga coperto di infamie. Non era un tossicodipendente né un violento”.

Antonella Beccaria e Marco Zavagli