Ogni libro di Simonetta Agnello Hornby è una sorpresa. La scrittrice-avvocato anglo-sicula passa con disinvoltura dal giallo d’epoca (La mennulara) al melò famigliare (Boccamurata), dal thriller giudiziario (Vento scomposto) al romanzo storico (La monaca). Questa volta, però, la sorpresa è doppia, perché con Un filo d’olio (Sellerio, 14 euro) Simonetta non è più sola ma condivide con la sorella Chiara non un romanzo ma un mémoir accompagnato da 28 ricette di famiglia.

Sull’onda della memoria, meglio della nostalgia delle lunghe estati passate nella tenuta di famiglia dall’inconsueto nome biblico di Mosé, nell’agrigentino, la scrittrice evoca luoghi, parenti e famigli che hanno accompagnato la crescita sua e della sorella: non un’autobiografia – gli anni, anzi i mesi narrati sono quelli dell’infanzia – ma l’affresco di un’epoca, i primi anni Cinquanta, e di una classe sociale, la nobiltà siciliana, attraverso il racconto della villeggiatura vista con i suoi occhi di bambina.

Se Simonetta firma il testo, Chiara è l’autrice delle ricette, tutte ereditate da nonna e mamma e corrette dall’estro personale e dall’umore dei tempi: ricette abbordabili anche da cuoche e cuochi non provetti e che paiono davvero gustose nella loro profonda sicilianità.

Il fascino del libro sta nella grazia con cui Simonetta Agnello Hornby ci porta in un mondo così lontano nel tempo e nei luoghi, rendendocelo familiare. La grande casa, ammaccata dal tempo e dalla guerra, lascia decisamente il passo alla fisicità della campagna, ai suoi odori, ai suoi colori, ai piccoli e grandi animali che la popolano. E a prevalere, nel racconto, sono figure solo apparentemente marginali: la bambinaia (oggi diremmo la baby sitter), i contadini, le loro mogli, i molti parenti.

Pur così definito nei tempi e nei luoghi, tutto il libro è percorso da due temi, l’infanzia e la cucina, che lo rendono universale. Chi ha avuto la fortuna di passare qualche estate in campagna, qualsiasi campagna del Nord, del Centro o del Sud, non può non riconoscere la gioia delle corse sfrenate e delle scivolate sull’erba secca, dello stupore per la vita animale, fossero insetti, asini o serpenti, della noia di certi pomeriggi assolati passati a praticare giochi insensati: quello inventato di Chiara e Simonetta consisteva nel trovare e poi spaccare piccole pietre.

Ma è la cucina il filo rosso che percorre tutto il libro. Simonetta ci entra a metà del racconto, quando è troppo grande per giocare con la sorellina e purtroppo femmina per guidare il trattore come il cugino Silvano. Affiancando la madre e le donne di casa, prepara così il suo primo dolce, i pasticciotti di pasta frolla con il ripieno d’amarena, e si diletta a spennare polli e a sezionarli: «Dividerli in quarti ed estrarne le interiora … era una vera e propria lezione di anatomia». Non sarà lei, però, a ereditare lo scettro di cuoca di famiglia ma la sorella. Meglio così. Se fosse rimasta troppo a lungo in cucina non avrebbe scritto, forse, questo e gli altri suoi libri.