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di Dino Amenduni | 23 maggio 2011

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I pericoli della retorica
del “fuggismo”

L’Italia non è un paese per giovani. Non si tratta di opinioni personali ma di certezze conclamate. Nelle ultime 24 ore abbiamo ricevuto due pugni in faccia a confermarcelo.

Abbiamo i dati quantitativi dell’Istat di oggi, che ci dicono che il nostro paese è fermo e che esiste una generazione che di fatto è senza lavoro, senza tutele e, dunque, senza prospettiva di futuro (e di pensione). E abbiamo i dati qualitativi di Report, le storie che sono state raccontate e le reazioni del pubblico nel vedere il programma (qui il flusso di aggiornamenti di Twitter sulla puntata – chiunque fa televisione non potrebbe prescindere da questa versione evoluta dell’Auditel).

Oggi, in Italia, non ci sono ancora le possibilità per coltivare una speranza collettiva, lo dice la storia recente e anche il buon senso. A questo status quo si può reagire in due modi. Il primo, maggioritario: lamentarsi di come vanno le cose, della politica e delle istituzioni e scappare all’estero alla prima occasione utile, magari senza aver neanche provato a costruirsi un lavoro in Italia, limitandosi ad aspettare una chiamata che non arriverà mai. Il secondo, minoritario ma che sposo in pieno: decidere di restare qui in condizioni individualmente svantaggiose nel convincimento che restare sia necessario per ricostruire le condizioni per cui nessuno abbia il bisogno di partire.

Se pensate che io parli da un osservatorio privilegiato, che non so cosa sia il precariato, la disoccupazione, i sacrifici e che dico così perché ho un lavoro e che farei ben altri ragionamenti se non ce l’avessi pur avendo studiato come un pazzo, avendo fatto stage o tirocini ed essendo stato oggetto di sfruttamento da parte del datore di lavoro di turno, bè, farei fatica a non darvi ragione. Però (e so che questa frase vi farà incazzare ancora di più), guadagnerei ancora di più, lavorando meno, se fossi andato via da Bari per trasferirmi a Milano, a Roma, all’estero. E invece ho fatto un’altra scelta: restare qui, per pigrizia, per piacere personale ma soprattutto nel convincimento, forse utopico e idealista, che restando avrei potuto contribuire nel creare le condizioni affinché nessuno debba avere il bisogno di andar via.

Ho il sospetto che, all’estero, ci vanno solo due categorie di persone: chi è disperato e lo fa per sopravvivenza, e su loro non ho assolutamente nulla da eccepire, e chi sceglie volontariamente di farlo. All’interno di questa seconda categoria farei un’ulteriore divisione: chi lo fa perché oggi l’Italia non offre un lavoro dignitoso (specie in relazione al suo curriculum) e parte perché non ha scelta, ma con il convincimento di tornare a dare una mano all’Italia appena possibile (appena si hanno le condizioni economiche, lavorative, personali per farlo), e chi lo fa per egoismo, per guadagnare di più, per realizzare le proprie aspirazioni più velocemente senza preoccuparsi mai di cosa si lascia alle spalle: amici, conoscenti, comunità, paese, Paese, patria.

L’Italia, però, ha bisogno anche di quest’ultima categoria di persone per resistere. Mi pare evidente che il Governo Berlusconi, negli anni, abbia messo a punto uno specifico disegno (misto a incompetenza) affinché la mia generazione non sia mai messa nelle condizioni di fare ciò che vuole. Bisogna scendere a compromessi sempre più umilianti per strappare un contratto da precario; si lavora a ritmi subumani e con paghe subumane, spesso si rinuncia ai propri convincimenti personali pur di portare a casa qualche soldino, dunque non si ha né il tempo né l’energia per dedicarsi all’attività politica, al volontariato, allo stare insieme, al semplice informarsi su ciò che accade. Alcune riforme strutturali mi pare vadano in questa comune direzione: noi non dobbiamo pensare. E in più dobbiamo anche guardarci in cagnesco, sempre in competizione per quel mezzo posto di lavoro che ogni tanto si apre: insomma, la guerra tra poveri dei giorni nostri.

Proprio per questo motivo chi ha il privilegio di scegliere tra partire (secondo me pochissimi, al di là dei desiderata di ognuno. Chi parte ha una famiglia solida alle spalle o è ricco di suo, altrimenti non si hanno neanche i soldi per stare due settimane fuori di casa) e restare dovrebbe esercitare il diritto di non muoversi fino a quando non ci saranno condizioni migliori per tutti.

So che non è obbligatorio e credo che ognuno abbia il sacrosanto diritto di soddisfare le proprie aspirazioni personali: lavoro, casa, famiglia, successo. Ma penso che se tutti ragionassimo a puro titolo individuale, questo Paese non si rialzerà mai. So che non è conveniente e forse neanche sano, ma potrebbe essere necessario sospendere per un attimo (chissà quanto a lungo) il desiderio di avere dei figli, di emanciparsi dai genitori, di avere un contratto a tempo indeterminato, di non lavorare nei weekend. Mi pare evidente che la situazione italiana volga alla disperazione, ma che non siamo ancora così disperati perché altrimenti saremmo tutti in piazza. Ma in piazza ci va ancora troppa gente, quindi vuol dire che ci sono dei margini per invertire questa tendenza per via politica e pacifica.

Se sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, qui rimangono tutti gli altri, ossia chi ci governa e chi non ha la fortuna di potersene andare. Non è certo andandosene (e basta, andare per tornare è un altro discorso) che faremo migliorare l’Italia, anzi. Senza controllori, senza un’opinione pubblica sana, critica e consapevole, sarà più facile proseguire nel percorso politico già adottato, nella progressiva distruzione del capitale sociale che comporta proprio la coincidenza tra causa ed effetto: i ragazzi più preparati vanno via, l’Italia peggiora, i ragazzi più preparati continueranno incessantemente ad andare via, l’Italia continuerà a peggiorare incessantemente.

Credo che ognuno di noi abbia tre leve da esercitare, oggi, in Italia: il diritto di voto, il consenso e il consumo. Le recenti elezioni amministrative ci dimostrano (per ora) che votando si possono cambiare le sorti di questo Paese; ci dicono anche che nella stagione del leaderismo, un leader senza approvazione popolare fa sciogliere il suo progetto politico in pochi giorni, dunque colpirlo sul consenso personale vuol dire poter operare un cambiamento sociale accelerato; le aziende lavorano quasi solo per aumentare il proprio fatturato, dunque basta scegliere chi ci tratta meglio (e magari consumare solo l’indispensabile, così si hanno più soldi tra le mani e minor bisogno di andar via) per avere un mondo un po’ migliore.

Se poi ho detto un mucchio di fesserie retoriche, comode e qualunquiste, poco importa. Io resto. Fino a quando non deciderete di restare anche voi.

Per chi volesse partecipare al dibattito, ho risposto a tutti i commenti in un altro post sul mio blog personale

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