Pressioni, intimidazioni, forse anche minacce e tentativi di corruzione per tenere assieme una maggioranza che non c’era più. È il clima che si respirava qualche anno fa nella giunta di centrodestra di Cento, in provincia di Ferrara, così come descritto dai testimoni chiamati in tribunale. Il processo vede alla sbarra il sindaco Flavio Tuzet per istigazione alla corruzione e minacce.

Siamo nell’aprile 2008. Nel marzo precedente la maggioranza si è vista mancare i numeri per l’approvazione del bilancio. Di fronte allo spettro del commissariamento sarebbe andata in scena una corposa “campagna acquisti”. Prima nei confronti di chi aveva fatto mancare il proprio “sì” alla manovra, come Rudi Rodolfi della civica Rinascita Centese. Il consigliere si vide offrire una poltrona nel cda di Cmv (multiservizi partecipata dall’amministrazione) in cambio del suo pollice alzato.

Secondo la difesa di Tuzet, sostenuta dall’avvocato Enrico De Santis del foro di Roma, quell’indicazione “arrivò dalla direzione del partito (allora era Alleanza Nazionale, ndr). E questo qualcuno dovrà dircelo in aula”. Il riferimento è al plenipotenziario del Pdl a Ferrara, il senatore Alberto Balboni, che verrà chiamato a testimoniare.

Oltre all’istigazione alla corruzione, Tuzet deve rispondere anche di minacce. E qui si passa all’altra parte dell’emiciclo. Siamo a maggio, sempre 2008. A puntare il dito contro il primo cittadino eletto cinque anni or sono con il centrodestra a Cento, e che oggi nessuno vuole più ricandidare (il Pdl ha estratto dal cilindro l’ex sindaco Paolo Fava, mentre i finiani sembrano essersi voltati dall’altra parte), è un ex consigliere comunale del Pd e oggi assessore alle Attività produttive della Provincia di Ferrara. Carlotta Gaiani sostiene che in una concitata riunione con le opposizioni, Flavio Tuzet l’avrebbe “redarguita” arrivando a minacciare di licenziamento la madre (dirigente del settore ragioneria del Comune di Cento), se non fosse scesa a più miti consigli.

“Stavo male al pensiero che la mia attività politica potesse in qualche modo nuocere a mia madre – confida davanti ai giudici – riflettei se ammorbidire le mie posizioni ma alla fine, dopo un esame di coscienza, sporsi querela”.

Prima della seduta decisiva che salverà la giunta, l’esponente del Pd presenta una mozione firmata da cinque consiglieri, “tutti coloro che in quel periodo avevano ricevuto intimidazioni o pressioni”, come precisa davanti ai giudici. Chi si vide promettere una poltrona, chi temeva di veder mutare destinazione urbanistica a un terreno, chi subì pressioni riguardo all’attività imprenditoriale del figlio.

E chi, questa una novità emersa in udienza, si sentì promettere altri 40mila euro da un altro consigliere dell’allora Forza Italia, Vito Perboni. Sulla questione il pm Nicola Proto ha chiesto di trasmettere i verbali alla procura.