Continua la guerra civile in Libia e prosegue l’isolamento di Muammar Gheddafi. Il colonnello oggi è apparso nella piazza Verde a Tripoli e ha arringato un gruppo di suoi supporter. Le sue parole sono sembrate più il delirio di un pazzo che l’intervento di un capo di stato. “Chi non mi ama non merita la vita, sarà un inferno”, ha detto alla folla e ha aggiunto che i depositi di armamenti sono aperti per “armare il popolo e assieme combatteremo, sconfiggeremo e uccideremo chi protesta”. Il Rais ha concluso il suo intervento salutando i suoi fans e invitandoli ad andare a ballare: “sono tra voi: ballate, cantate e siate felici”.

A stretto giro è arrivata la risposta del Comitato 17 febbraio che ha dato il via alla rivolta: “Gheddafi incita la gente a prendere le armi dai depositi perché vuole che finisca in un bagno di sangue”, ha riferito un membro del gruppo.

Al di là di queste parole, il colonnello è sempre più solo, fuori e dentro al Paese. Le città della Cirenaica, la parte orientale della Libia, sono completamente in mano agli insorti. Un cittadino libico di Bengasi, che non ha voluto rivelare il suo vero nome, al fattoquotidiano.it ha riferito che quella parte del Paese è completamente in mano a un governo di solidarietà nazionale composto da forze progressiste. “In quarantuno anni – dice – non ho mai visto Bengasi così pulita e in suoi cittadini così collaborativi e fiduciosi per il futuro”.

Il cerchio si sta progressivamente stringendo attorno a Gheddafi e a Tripoli. Altre città nei pressi della Capitale stanno infatti per cadere in mano della popolazione in rivolta. Yefren, Zenten e Jadu, cittadine sulle montagne ad appena 150 chilometri dal quartier generale del colonnello stanno per passare agli insorti che continuano a ripetere: “Se cade Tripoli cade Gheddafi”.

Il regime oramai barcolla e mantiene il suo controllo su Tripoli e poche altre aree anche nella parte occidentale del Paese. Le strade attorno alla Capitale sono piene di poliziotti e militari armati di kalashnikov. Soprattutto l’arteria che collega la città all’aeroporto militare di Mitiga, che nel pomeriggio si pensava fosse caduto nelle mani dei militanti pro-democrazia. “Tutti gli incroci sono presidiati”, dice l’agenzia Reuters citando una fonte locale. “Chiedono agli autisti di aprire i portabagagli, e mostrare cosa trasportano all’interno dei veicoli – aggiunge – E’ molto, molto difficile muoversi”.

“Il dittatore oramai controlla solo la sua caserma-bunker di BabAl-Azizia, in cui risiede”, è quanto sostiene l’emittente satellitare al-Jazeera, che cita fonti giornalistiche nella capitale libica.

A quanto riferisce l’emittente satellitare, sono in corso alcuni contatti tra personalità dell’est (Cirenaica) e dell’ovest (Tripolitania) della Libia (di fatto divisa in due dopo che i rivoltosi hanno ‘liberato’ gran parte delle regioni orientali) per trovare un accordo sulla possibile leadership nel caso si concretizzino le voci che si rincorrono su una possibile imminente caduta del Rais.

E le voci su questa possibilità aumentano con il passare delle ore. Su Twitter sono numerosi gli annunci che annunciano l’imminente sconfitta del dittatore: “Oggi Tripoli è la Libia e la Libia oggi sarà libera”, scrive sul microblogging il Libyan Youth Movement che segue da dentro e fuori il Paese gli sviluppi della rivolta

Nel frattempo prosegue anche la conta dei morti. Ibrahim Dabbashi, numero due della missione delle Nazioni Unite in Libia, dice che i caduti negli scontri che hanno infiammato il paese nordafricano a partire dal 17 febbraio sono migliaia. Ma per il momento è impossibile fare calcoli attendibili. La fonte del fattoquotidiano.it dice che nelle sole città della Cirenaica i cittadini caduti sotto i colpi della repressione sono più di mille.

Proseguono anche i cortei, la dura repressione di forze lealiste e mercenari e la conta dei morti. Decine di morti anche oggi a Tripoli

Oggi una manifestazione è stata subito repressa dalla polizia alla fine della preghiera del venerdì nella moschea di piazza Algeria, nel centro di Tripoli, a pochi passi dalla Piazza Verde. Poco dopo la fine della preghiera, circa 200 manifestanti si sono radunati davanti alla moschea e hanno cominciato a gridare slogan islamici e contro Gheddafi. Subito i poliziotti in divisa e i miliziani in borghese che presidiavano la zona sono intervenuti e si sono sentiti numerosi spari, non è chiaro se in aria o contro i manifestanti, e c’è stato un fuggi fuggi generale. Uno dei dimostranti è però riuscito ad avvicinare un gruppo di giornalisti italiani che era sulla piazza e ha riferito che manifestazioni come quella erano in programma in tutte le moschee della capitale libica.

Procedono anche le procedure di rimpatrio degli stranieri presenti sul territorio libico. Le forze armate italiana oltre a garantire i ponti aerei hanno mandato alcune navi per portare a casa gli italiani che vivono in Libia. Nel tardo pomeriggio è stato completato l’imbarco di 245 persone sulla nave San Giorgio fuori dal porto di Misurata.

Il progressivo isolamento del colonnello va ben oltre i confini del Paese. Mentre la comunità internazionale discute su quali misure e sanzioni siano da adottare contro il Rais (leggi l’articolo), il numero delle defezioni fra i suoi ex alleati e sodali è in continua crescita.

Un colpo durissimo è arrivato dagli ambasciatori libici dei più importanti paesi occidentali che si sono uniti alla rivolta. In un documento congiunto Hafed Gaddur (ambasciatore in Italia), Abdurrahman Shalgam (all’Onu), Omar Jelban (in Gran Bretagna), Salah Zarem (in Francia), Al-Egieli Al Breni (in Spagna), Gamal Barq (in Germania) e i loro colleghi in Grecia e a Malta si sono appellati al popolo libico “in lotta”: “Popolo nostro – si legge nel documento – in questi momenti noi siamo con te, noi non ti abbandoneremo e ci impegneremo al massimo per servirti” come “soldati leali al servizio dell’unità nazionale, della libertà e della sicurezza” della Libia. “Noi rimarremo al nostro posto per servire il nostro popolo nei Paesi in cui siamo, nei quali rappresentiamo il popolo libico. Dio abbia misericordia dei martiri del popolo libico”, concludono gli ambasciatori.

Nonostante il colonnello e la sua famiglia si ostinino a rimanere asserragliati a Tripoli, numerosi paesi africani hanno offerto rifugio alla leadership libica. Lo riferiscono fonti diplomatiche occidentali, sottolineando che prende forma l’idea di processare Gheddafi per violazioni della legge internazionale. I paesi che si offrono di ospitare Gheddafi lo farebbero con l’obiettivo di salvare vite, nella convinzione che le violenze cesseranno prima se il leader libico lascerà il Paese, Ma, concludono le fonti, se i paesi occidentali dovessero chiedere l’estradizione di Gheddafi per processarlo davanti al Tribunale penale internazionale, la questione diventerebbe molto più complicata. E la strada che lega Tripoli a l’Aia è sempre più corta.