Tre giorni di lavori serrati per riscrivere la giustizia, tutelarsi dal caso Ruby e mettere a tacere la stampa. Lunedì, martedì e mercoledì, tanto basta perché il calendario della politica venga riempito, ancora una volta, dalle necessità giudiziarie del presidente del Consiglio. Berlusconi del resto lo aveva annunciato ieri e lo ha ripetuto stamattina in un audiomessaggio sul sito dei Promotori della Libertà: “Introdurremo nuove norme di garanzia che scoraggino la pratica di fornire ai giornali il risultato delle intercettazioni”. Bavaglio, quindi, e ancora: “La giustizia è divenuta sempre più un contropotere politico che esonda dai principi costituzionali”. Quindi “tra i provvedimenti che sottoporremo di qui in avanti al Parlamento”, ci saranno “la divisione dell’ordine requirente da quello giudicante, con la separazione degli ordini tra avvocati dell’accusa e giudici giudicanti e con un Consiglio Superiore della Magistratura, uno per i pm e uno per i giudici, accompagneremo queste novità da una riforma elettorale del Csm per ridurre quella che oggi è una politicizzazione che è eccessiva e che è inaccettabile”. Senza contare l’altrettanto annunciata riforma della Corte Costituzionale, oggi rea di abrogare “leggi giustissime”.

Dai proclami ai fatti il passo è stato brevissimo. Basta guardare alla settimana entrante per capire che Berlusconi non scherzava quando diceva “questa volta non ci fermerà nessuno”. Si comincia domani, dalla lettera che l’onorevole-avvocato Maurizio Paniz, assurto tra i preferiti del Capo per il suo impegno nel respingere le perquisizioni negli uffici del tesoriere del premier Spinelli, consegnerà nelle mani del presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, Pierluigi Castagnetti. Paniz annuncerà così la sollevazione del conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale per il Ruby-gate. La procura di Milano, è la tesi, avrebbe violato l’autonomia della Camera perché, non avendola informata della richiesta di rito immediato nei confronti del premier, non le ha permesso di sollevare immediatamente il conflitto. In realtà, indiscrezioni hanno già fatto trapelare che la Consulta potrebbe sfilarsi dalla questione e dichiarare inammissibile il ricorso, attribuendo la competenza alla Cassazione. Ma per Berlusconi sarebbe solo l’ennesima dimostrazione di dover “riformare” – come del resto anticipato – anche la stessa Corte, spostando ai due terzi la maggioranza necessaria per il voto.

Intanto, martedì 22 sarà il giorno di Fabrizio Cicchitto. Nella riunione dei capigruppo, il numero uno dei parlamentari e dei falchi Pdl chiederà la calendarizzazione del processo breve. Si parla degli inizi di marzo. Un iter molto vicino a quello del famigerato bavaglio, che epurato delle obiezioni dei finiani, dovrebbe arrivare ad approvazione “definitiva” – almeno nelle intenzioni – entro aprile. Se entrambi i percorsi arrivassero a compimento, morirebbero in un istante i processi Mills e Mediaset, seppelliti dalla prescrizione breve per gli incensurati quale Berlusconi è. Ancora martedì è previsto un comitato ristretto dei ministri per avviare il lavoro sulla riforma della giustizia. E’ il primo passo della strategia svelata dal premier: Csm, separazione delle carriere, Consulta. In quindici giorni Berlusconi vuole il testo definitivo, anche perché  – come segnala Repubblica – nelle prossime settimane ripartono i processi Mediaset (28 febbraio), Mediatrade (5 marzo) e Mills (11 marzo). Una intensa attività politica sarebbe sicuramente un legittimo impedimento di tutto rispetto. Se non per Berlusconi almeno per i suoi avvocati, gli onorevoli Ghedini e Longo.

Mercoledì 23, invece, la consulta Pdl si riunisce, presiede Ghedini, per studiare immunità e intercettazioni. La partita interessa anche l’opposizione, perché se è vero che il Pd l’ha ufficialmente bollata come legge ad personam, tra i democratici c’è anche chi è tentato da un passo indietro al periodo pre-Tangentopoli. Tanto che Franco Marini si è sbilanciato a dire: “Se i padri costituenti l’avevano introdotta un motivo c’è”. La questione nel Pd non è in ogni caso all’ordine del giorno, anche perché rischierebbe di rinfocolare le polemiche tra ex popolari ed ex diessini. E soprattutto perché l’elettorato potrebbe non apprezzare, trasformando una posizione ambigua del partito nell’ennesima emorragia di voti.

Resta invece aperta la posizione del Quirinale. L’asticella dello scontro tra Berlusconi e Napolitano resta molto alta. Ancora oggi il presidente della Repubblica, in una intervista al tedesco Welt-am-Sonntag, è tornato a circoscrivere lo spazio politico dentro i limiti della Costituzione: “Penso – ha detto riferendosi ai guai giudiziari del premier –  che abbia le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi contro le accuse. Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il Presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia”. Napolitano ha poi ribadito la sua linea contro la trasformazione della “politica in guerriglia”. Ma Berlusconi non sembra avere nessuna intenzione di adeguarsi, convinto com’è del consenso popolare e soprattutto di quello parlamentare, dopo che i numeri della maggioranza alla Camera – il 14 dicembre il Cavaliere prese 314 voti – sono arrivati a quota 320.