Ne è passato di tempo da quando Maurizio Paniz si consumava le scarpe al piano terra del palazzo di giustizia di Belluno, la sua città. Fresco di laurea, doveva farsi largo tra quelli che in quel Foro avevano fatto il processo per il Vajont, una medaglia d’oro a vita, e quelli come lui che invece l’avevano sbucciato per un pelo. Così gli toccava raccogliere le briciole e i clienti che i principi di quel Foro rifiutavano. Ma anche quell’inizio lo seppe monetizzare. Raccontava che i migliori erano i nomadi perché, quando si presentavano in studio, portavano denaro in contante. “Lo faccia uscire dal carcere avvocato, non mi importa di quanto spendo”.

Così, dal gradino più basso, oggi Paniz punta decisamente al cliente che tutti gli avvocati sognano: Silvio Berlusconi. Non è ipocrita l’uomo, non lo nega. E dice di stimare i colleghi che già lo difendono. Intanto ha rilanciato il processo breve come la madre di tutte le soluzioni, subito accolta dal premier. In più l’avvocato bellunese ha in Fabrizio Cicchitto uno sponsor di tutto rispetto: da quando è esploso lo scandalo Ruby più di una volta Cicchitto ha raccomandato al premier Paniz come legale per tirarlo fuori dal pasticcio delle minorenni di Arcore. Nel penale – dicono i suoi colleghi parlamentari – Maurizio è un fuoriclasse, ha fatto assolvere quello che tutta Italia, compresi gli inquirenti, aveva additato come Unabomber”, quell’Elvo Zornitta, travolto dalla vicenda del bombarolo del Nord Est che Paniz riabilitò estraendo dal cilindro una clamorosa prova d’innocenza e costringendo la procura a ritirare tutte le accuse.

Non è un caso che sempre Cicchitto abbia fatto parlare proprio Paniz in Parlamento quando è stata negata l’autorizzazione a procedere per la perquisizione dell’ufficio di Giuseppe Spinelli, il ragioniere di Berlusconi. E la motivazione politica si è trasformata in un’arringa senza precedenti, una difesa a spada tratta, costi quel che costi, della posizione del premier.

Paniz è stato violentissimo quel giorno nell’attaccare la Procura di Milano, accusandola di aver impegnato «150 uomini» e speso «1 milione di euro» per «spiare» Berlusconi e di aver agito con «scientifica puntualità» e con un «chiaro intento politico». Insiste nel dire che il premier telefonò in questura «non per esercitare pressioni» ma «nella convinzione che Ruby fosse nipote di un capo di Stato». Esclude che siano stati commessi dei reati e conclude: «Noi abbiamo inasprito le pene contro la prostituzione, ma non siamo noi ad essere andati a patti con la mafia».

Un discorso poco politico, ma che un suo effetto l’ha avuto, almeno sull’opinione pubblica. D’altronde Paniz di codice ne sa e non tira fuori la storia del “pistolino fumante” come Feltri e Belpietro, ma parte da molto più lontano: “Il premier credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Io so perfettamente che una decina, quindicina di giorni prima della telefonata alla Questura di Milano del 27 maggio, Berlusconi ha incontrato Mubarak con altre personalità. E in quell’occasione ha scherzato sulla vicenda di Ruby. Dunque, pensava davvero che Ruby fosse una parente. Ci sono le deposizioni di ministri che erano presenti, quella dell’interprete, di uomini dello staff. Lo dicono le carte”.

Una strategia difensiva che anche lo stesso Niccolò Ghedini aveva abbandonato, ma che Paniz ha tirato fuori dal cilindro: d’altronde il processo si gioca lì, nelle fasi iniziali del grande pasticcio. E  Paniz, che ormai parla da avvocato di Berlusconi, senza aver ancora ricevuto il mandato, arriva a scommettere la sua reputazione che l’accusa si troverà di fronte a carte senza nessuna rilevanza: “Non scommetto mai a caso”, ha detto in un’intervista al dorso veneto del Corriere della Sera, “e anche questa volta mi sento di affermare che Berlusconi è una vittima, finirà assolto come Unabomber. Io non ho mai partecipato alle cene di Arcore, solo alle riunioni politiche a palazzo Grazioli, ma posso dire che il premier è una persona di cuore: due giorni fa l’ho visto aiutare una suora, e non era una ventenne né una bellezza prorompente”. Inoltre è sempre Paniz che nei giorni scorsi ha convinto i colleghi a rilanciare l’offensiva sul processo breve, capitolo che Ghedini in questo momento aveva accantonato e che per questo si è preso un memorabile cazziatone dal presidente datore di lavoro.

Insomma, il concetto è: bravissimi Ghedini e Longo, ma se ci fosse uno spazio per me saprei come fare a togliere dai guai il presidente. Lo sa bene che il salto di qualità oggi lo può fare se entra in quel collegio difensivo, dalla politica ha avuto e dalla professione anche. Un’esposizione mediatica di quel tipo vorrebbe dire una pensione d’oro: “Non diciamo fesserie”, dice lui, “sono uno dei primi contribuenti in Parlamento, non ho bisogno dei soldi di Berlusconi”.

In questo Paniz ha ragione. Dalla fine degli anni Settanta, quando ha iniziato a praticare la professione a Belluno, di strada ne ha fatta, ma i suoi detrattori dicono che sono proprio i soldi, insieme alle donne e ai motori, la sua passione. A Belluno è stimato e riverito, nonostante una pletora di nemici, soprattutto suoi colleghi. Alto, occhi azzurri, una calvizie francescana precoce e la barba sottile, al mestiere si è sempre dato con passione. memorabili in aula i suoi confronti-scontri con il pretore di Cortina Aniello Lamonica, uno di quelli che negli anni Ottanta venivano definiti pretori d’assalto, serio, rigidissimo, tutto d’un pezzo, capace di portare a processo pezzi grossi della criminalità che cercavano (in realtà ci riuscirono anche) di mettere le mani sui patrimoni immobiliari a Cortina per riciclare denaro sporco. Lamonica, temutissimo in aula, con Paniz riusciva a essere meno severo che con gli altri avvocati. E probabilmente perché lo stimava.

Nel 2001  Paniz decide di fare il salto e riempire a Belluno col Pdl lo spazio lasciato libero da una Lega Nord divisa e impegnata in guerre di potere e campanile. Paniz capisce che è il momento giusto e sale sull’aereo per Montecitorio. Nel 2008, per la prima volta, il suo nome balza agli onori della cronaca: con un milione e 274 mila euro è il quinto deputato più ricco del parlamento. E da subito si guadagna l’appellativo di Berlusconi delle Dolomiti. Nel tempo libero scia, ma la domenica, cascasse il mondo, è allo stadio Olimpico di Torino a vedere la Juventus (è anche presidente del club juventino a Montecitorio) seduto accanto agli Elkann e gli Agnelli. Meglio la salvezza del governo o lo scudetto alla Juve? “La seconda ipotesi è alquanto improbabile”, risponde negli ultimi tempi. Dunque Berlusconi. Ma lo vuole difendere lei? “Sono già ricco”. Certo, può essere. Anche se, onestamente, nessuno gli crede.