A questo punto, dopo quello che è successo in Inghilterra, in Grecia, in Tunisia, in Egitto, ma anche in Russia, nei paesi arabi, addirittura in America con l’attentato che stava per uccidere una leader democratica, si può parlare dell’Italia come uno dei paesi più sicuri e tranquilli al mondo, naturalmente a prescindere dal suo tasso di moralità e democrazia.

Con la fiammata autunnale e il picco del 14 dicembre, “l’odore del sangue” che si aggira per il mondo è arrivato al massimo a sbruciacchiare la giacca di Bonanni, e l’unico rischio di una morte vera, fisica, e non urlata e mediatica (“Il governo sopravvive” “Il Pd è un partito di morti” “Il terzo polo è un partito di relitti”) è arrivato da un ragazzo che manifestava e ha quasi ammazzato un coetaneo con un colpo di casco violentissimo. Le ultime proteste della Fiom e degli “uniti contro la crisi” non hanno fatto molta notizia, e quindi non esistono, a differenza del bunga bunga e di quel che avviene in Egitto. Tutti sappiamo che quel che conta è il disastro del mondo del lavoro e delle imprese, la stagnazione, la mancanza di crescita, tanto che addirittura oggi Berlusconi prova a scrivere al Corriere della Sera parlando di cose serie: ma chi può dargli credito?

Se le prossime manifestazioni rimarranno nella logica “appello indignato-firma di prestigiosi intellettuali-manifestazione pacifica-censura di qualche voce televisiva”, a quel punto si potrà dire che l’opposizione mediatica è l’unica rimasta in campo (se volete chiamarla “intellettuale” fate pure): questo giornale che gentilmente mi ospita, Santoro, Saviano. Gli unici a fare notizia, e a farsi notare, tanto che Libero e Il Giornale dedicano più pagine ad Annozero che all’opposizione politica.

Molte persone di destra in questo periodo dicono in privato quello che non possono dire in pubblico, cioè che Berlusconi è malato e non sanno come uscirne, perché i sondaggi non promettono niente di nuovo. Il Pdl è paralizzato, e l’opposizione è paurosa di non riuscire ad accordarsi senza perdere pezzi al centro o a sinistra.

E l’opinione pubblica?
Il giorno in cui Berlusconi ricevette un Duomo sui denti, le ragazze lo aspettavano per il Bunga Bunga, e il Presidente dovette passare prima dalla Minetti per farsi sistemare la bocca, lasciando le ragazze in estenuante attesa della bustarella: maledetto Tartaglia! In Italia, non esiste più qualcuno che teorizzi seriamente la rivolta, se non individuale: abbandonare il lavoro, abbandonare il paese, non andare a votare, dare un pugno a Capezzone, suicidarsi come hanno fatto purtroppo tanti imprenditori nel Nord-Est, l’ultimo a dicembre scorso, o al Sud il dottorando Norman Zarcone, per il quale ancora si discute a Palermo se intestargli o meno un’aula.

Non esiste nessuno in grado di trascinare la gente nelle piazze per urlare “Adesso Basta” ma non “io” bensì “noi”. E non noi del Pd o noi della Fiom o noi dell’Idv o noi di Sel, o noi di “Repubblica”. La politica non è abbastanza nuova per conquistare i consensi di un paese vecchio e sfiduciato. La rivolta è sempre stata la rivolta dei giovani. Ma se in Italia non scendono in piazza anche i quarantenni e i cinquantenni, i numeri saranno sempre esigui, visto che non facciamo figli e che siamo un paese di vecchi. Senza una rivolta, l’opinione pubblica continuerà a contare solo come share della sera, e farà guadagnare pubblicitari, editori, leader “intellettuali” sulle macerie del paese.

A volte basta prendere la metropolitana a Milano per capire la sfiducia e il disinteresse degli italiani, al di là della rappresentazione che va in onda o sul Web. Naturalmente spero di sbagliarmi. Altrimenti: che i leader mediatici scendano in campo, chiedano i voti, si sporchino le mani. Altrimenti avremo sempre più intellettuali dal curriculum immacolato, ammirati da tutti, ma sempre più politici disprezzati e derisi da tutti.