Il Partito Democratico, nelle vicende parlamentari del ddl Gelmini, prima alla Camera e poi con il rinvio del Senato, ha agito con una determinazione poche volte vista prima e soprattutto in sintonia con i ricercatori, i docenti e gli studenti. Ne ha ascoltato le ragioni, con loro ha discusso dei contenuti della riforma e con loro ha anche messo a punto la strategia politica. Malgrado le perplessità iniziali, da parte di entrambi, si è faticosamente trovato un terreno comune. Come sottolineato da Walter Tocci, che insieme a Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet, è stato tra i deputati che più si sono impegnati nell’opposizione parlamentare al ddl Gelmini, “Intanto lasciatemi dire che è stata una bella vittoria. Merito di un grande movimento di studenti, ricercatori e professori  che, e questo è finalmente un bel fatto nuovo, si è dato la mano con l’opposizione parlamentare. E stavolta il PD ha dispiegato tutta la sua forza di opposizione, dai gruppi parlamentari ai leader, Franceschini e Bersani alla Camera, Finocchiaro al Senato”.

Tutto bene quel che finisce bene dunque? Mica tanto. Oramai il destino del ddl Gelmini è legato a quello del governo, che non è buona cosa in quanto la sua eventuale (non) approvazione viene condizionata da un quadro più ampio e confuso, piuttosto che essere legato ad una seria discussione dei suoi contenuti (mai avvenuta finora con il Governo o con i suoi supporters, a parte le ridicole messe in scena nei salotti televisivi). Inoltre, da una parte del PD cominciano ad arrivare dei segnali piuttosto inquietanti ed ambigui, in controtendenza con i fatti finora dimostrati.

In particolare, Michele Salvati, considerato “da alcuni come il teorico del nascente Partito Democratico”, nonché presidente del comitato scientifico della fondazione Democratica scuola di politica, il cui presidente è Walter Veltroni,  ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera il cui punto chiave è “…come mai sono convinto che, tutto considerato, sia (il ddl Gelmini, ndr) da approvare anche al Senato ? Perché le scelte reali in politica si fanno spesso tra il peggio ed il meno peggio. E questa legge contiene sufficienti spunti innovativi e in una giusta direzione di premio al merito, per migliorare la situazione esistente: in parte li ha già segnalati Giavazzi sul Corriere di ieri…”. Dei supposti spunti innovativi segnalati da Giavazzi ne abbiamo già parlato: vuote e false dichiarazioni su cui non c’è da aggiungere altro. Salvati di suo non aggiunge altri punti specifici, a parte notare che la riforma sia un “mostro di norme” (e fin qui ci siamo) per poi addentrarsi in qualche vuota considerazione sul fatto che s’introdurrebbero la valutazione ed il merito. Il punto è che sulla valutazione delle chiacchiere da bar tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo. A parte il fatto che non è chiaro come si faccia a prendere sul serio la parola valutazione in bocca al Ministro Gemini, ricordiamo che non basta scrivere la parola valutazione per applicarla davvero nella realtà. Non basteranno tre anni per mettere in funzione l’agenzia di valutazione (ANVUR) che la legge prevede in maniera piuttosto vaga ed a cui delega la valutazione: non è affatto chiaro cosa sarà e su quali criteri valuterà e quali saranno i premi e quali le punizioni (vogliamo parlare della RAE inglese, per caso?). Rimanendo con i piedi per terra, non si capisce il motivo (o lo si capisce perfettamente) per il quale la ministra paladina della meritocrazia (!), non abbia continuato il vecchio monitoraggio (CIVR) almeno per avere un quadro della situazione attuale. Insomma le dichiarazioni devono essere normalizzate sui fatti e non sulle (buone) intenzioni di cui, come sappiamo, è lastricato il pavimento dell’inferno. In base a queste analisi, prive di sostanza, Salvati audacemente conclude: Ragion per cui: teniamoci la Gelmini. Anzi ripartiamo dalla Gelmini in direzione di una vera autonomia delle università”.

Questa è l’essenza del ragionamento alla base di tutte le terribili sconfitte degli ultimi venti anni del centro sinistra. La sorda politica del meno peggio, che ha sempre messo in un angolo la realtà, ha generato disastri immani a cui ci vorranno decenni per porre rimedio. Una politica che ha perso la bussola della realtà, che non la conosce se non come riflesso di un ricordo offuscato e distorto di qualche decennio fa,  che vede qualsiasi sprazzo vitale che viene da “fuori” come una minaccia. Una politica auto-referenziale basata su slogan vuoti, residui ormai archeologici di un recente passato. Cosa deve succedere ancora perché ci si renda definitivamente conto che questa è una politica fallimentare, che ha generato solo sconfitte e umiliazioni?  Se c’è una speranza in questo Paese, questa è rappresentata anche (ma non solo) da quei tanti che stanno protestando in questo momento, che si arrampicano sui tetti cercando di reggersi forte, che dormono sotto la pioggia autunnale, che sono diventati esperti di legislazione venendo dal maneggiar provette e protoni, matite e carte geografiche, che sanno insegnare ma hanno capito che se non appari in TV non esisti, che si oppongono ad una riforma fatta da vecchi per vecchi, ma sono convinti che il sistema sia da riformare radicalmente. Che non stanno giocando a fare i piccoli rivoluzionari. Che non stanno inscenando una meschina rivendicazione di categoria per aver un avanzamento di carriera.  Gente che ha dignità, che pensa con una certa prospettiva, che conosce i problemi reali ed attuali, che riflette sulle  soluzioni, che è pronta a discutere con qualsiasi interlocutore, finanche con improbabili futuristi sui tetti di Roma. Ci rifletta il giovane rivoluzionario che fu, cercando di aprire gli occhi sulla realtà Italia anno 2010 e lasci stare il comodo megafono usato stando seduto nel suo comodo divanetto.

Continua Salvati: “Il riformismo ed il dialogo bipartisan sono deboli ovunque in democrazia, e da noi in particolare perché incontrano due nemici poderosi: gli interessi dei conservatori e gli schieramenti ideologici”. Ma di che cosa si stia parlando non si capisce affatto. Quale dialogo bipartisan e con chi, se interi pezzi del mondo universitario non sono mai stati ascoltati? Chi sono i conservatori, chi ha schieramenti ideologici? Chi più della conferenza dei Rettori può rappresentare meglio i conservatori dell’accademia, e chi più della conferenza dei rettori ha appoggiato entusiasticamente questa riforma? Chi più di chi scrive cheil sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili Illudendosi che sia possibile migliorare l’esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori, cioè di coloro che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo…” è schierato ideologicamente, e chi più del prof. Giavazzi, autore del brano, ha sempre sostenuto l’approvazione del ddl Gelmini ? Ma una volta che sia una, sarà mai possibile fare un ragionamento preciso sui costi, vantaggi, limiti e risultati?  Pare proprio di no, ma d’altronde per parlare dell’argomento bisognerebbe conoscerlo, bisognerebbe capire quali sono i problemi dell’università italiana nell’anno 2010 e quali sono le prospettive future delle generazioni più giovani. E a questo punto ci troviamo di fronte al vuoto spinto dei nostri ex-rivoluzionari in panciolle.

Siamo comunque abituati alle mistificazioni del ministro Gelmini come  “i ricercatori fanno il gioco dei baroni” (quando invece ai “baroni” è affidato il reclutamento ed i ricercatori ne sono invece esclusi), ma è sorprendente (relativamente parlando) che proprio gli intellettuali ed accademici vicini al PD, che dovrebbero contribuire alla discussione nel merito, preferiscono invece giudicare una riforma sulla base di astratte e inconcludenti categorie (riformatori vs conservatori). E’ ovviamente giusto dissentire dalle opinioni della propria area politica (gli intellettuali servono proprio a questo) ma sarebbe meglio farlo sulla base dei contenuti delle proposte e dei loro effetti sul sistema universitario e non con insulsi slogan.  Soprattutto, quando non si è più in grado di comprendere la realtà sarebbe bene esimersi dal commentarla. Noi speriamo che il Partito Democratico prenda prontamente le distanze da uno dei suoi più visibili esponenti intellettuali per non ricadere nell’ambiguità che lo ha contraddistinto nel recente passato; il rifiuto di queste posizioni sarà il segnale di un vero rinnovamento della sua politica.