E’ uno dei tanti, l’ultimo in ordine cronologico. Quando a settembre iniziano le scuole, se un alunno è diversamente abile muove quasi sempre migliaia di euro per predisporre al ‘meglio’ la propria assistenza che, puntualmente, però vengono mal gestite e finiscono per far arricchire altri, con la conseguenza di impoverire tutti i contribuenti e in primis gli aventi diritto, privandoli di ogni dignità e di gran parte delle opportunità inclusive tanto perseguite (da chi poi? Attraverso quale mezzo?). Vi racconto quale odissea burocratica mi trovo ogni volta, all’inzio dell’anno scolastico, ad affrontare io a Roma e altri gentiori nella mia stessa situazione. Primo: La corrispondenza con la circoscrizione, il municipio comunale di appartenenza. Comunico date, orari di frequenza scolastica, percorsi, persone autorizzate ad accompagnare e prendere mia figlia a scuola. Nessuna risposta. Ed in effetti a volte è meglio tacere.

L’anno scolastico ha inizio e mia figlia sale sul suo pulmino. Bus che per lei, 12 anni di handicap grave sulle spalle, vuol dire autonomia. Autonomia vera aggiungo io. Sensazione di andare a scuola da sola. Peccato che l’handicap schiacci sempre la normalità. E così chi ha un handicap grave può arrivare a scuola alle 10 del mattino. Quei fondi che garantiscono linee specifiche entro il grande raccordo anulare di Roma, destinate a far frequentare scuola, fornendo un presunto e utilissimo servizio, si sono trasformate nella discriminazione pura.

Mia figlia ha una assistente che al mattino la alza, la lava, la veste, la nutre e che la segue nell’orario scolastico. Dopo l’orario di scuola è di nuovo con lei a casa fino alle 17 per concludere tutte quelle operazioni che mia figlia da sola non può compiere. Assistente fondamentale per quei genitori che lavorano o che sono a casa. Peccato che però questa preziosissima assistente non sia fornita di ali. Spiego meglio: sul bus l’assistente non può salire. L’assistente deve prendere mia figlia a scuola, come fosse una ‘normale’ baby sitter, aiutarla a salire sul pulmino, assicurarla. E poi, però, per una norma assurda deve seguire il pulmino con i propri mezzi. E qui scatta il paradosso. Quando mia figlia giunge a casa con il pulmino e non trova l’assistente a prenderla di fronte a casa, il comune ha la possibilità di chiamare i Carabinieri e denuciare i genitori per abbandono di minore! Incredibile? No. E’ proprio così! Così l’assistente o va a proprie spese con un proprio mezzo, con tutti i rischi annessi, oppure deve trovare un mezzo pubblico che arrivi a destinazione prima del pulmino scolastico adibito. Mezzo pubblico che, si sa per chi vive a Roma, non può che arrivare in ritardo. E così un bel progetto voluto, universalmente riconosciuto utile alla riabilitazione della bambina/ragazza, diventa l’ostacolo.

Scrivo, poi riscrivo, poi telefono, e poi richiamo e poi vado di persona al Municipio. Sparo cartucce fatte di rabbia. Pongo domande cui mai una volta segue una risposta decente o adeguata da parte degli addetti pubblici. E allora pongo sempre l’ennesima domanda da anni ai funzionari comunali: paghiamo un pulmino (verde e discriminante), un autista, una assistente dell’autista, polizze di assicurazione, contratti, personale che gestisce il servizio, benzina, ecc… Ma quanto ci costa un servizio fatto in questo modo che non prevede di far salire la figura essenziale dell’assistente? Spallucce rassegnate da parte dei funzionari. Nessuno che riesca a esemplificare questa norma kafkiana.

Non sarebbe allora più economico agevolare l’acquisto di mezzi adattati con la possibilità di far salire a bordo gli assistenti? Non sarebbe più economico pretendere mezzi pubblici realmente accessibili?

A questa domande/richieste i funzionari finiscono sempre per darmi ragione. Ma si sa, come dice il detto, ‘la ragione è dei fessi in questo Paese’.

Il punto è che sui servizi per disabili, girano interessi alti. E così la conclusione è che mia figlia il pulmino non lo prende più da un po’ di tempo. E’ un servizio mal gestito e troppo tollerato che impone agli alunni disabili di entrare tardi e uscire in anticipo da scuola. Una procedura assurda.

Quegli stessi ‘servizi’ che troppe volte scaricano alunni disagiati in mano di personale inaridito che trascorre 30 minuti a disquisire, alla presenza dell’alunno, su chi lo deve spingere fino in classe, perché è faticoso spingere. Del resto se si esigono persone con le ali come gli assistenti, si può concepire di spostare qualcuno usando la ruota?

E pensare che mia figlia si chiama Diletta. Ricordate il film Via col vento? Il grande Clark Gable disse : “La chiameremo Diletta, in onore alla nostra bandiera americana”. E io quando è nata mia figlia ho pensato proprio al nostro tricolore. Nata disabile per colpa di un medico italiano che ha sbagliato. Una famiglia che da dodici anni subisce ogni giorno le “trovate all’italiana” per ottenere giustizia.

Nascesse oggi mia figlia? Sarebbe sempre e comunque Diletta.

E presto tornerò qui sul Blog del Fatto a raccontare di cooperative, onlus, asl, scuole, ingiustizie che rendono la disabilità un tema sociale pieno di luoghi comuni tutti strapieni di barriere architettoniche. Mentali? Culturali? O forse sono solo barriere di indifferenza?