Pesca illegale, eccessivo sfruttamento degli stock ittici, la Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura corre ai ripari: oltre il 75% delle riserve ittiche globali è sovra-sfruttato, mentre nelle acque dell’Unione Europea la percentuale sale all’88%. Cifre che assumono aspetti ancora più allarmanti, se si considera che specie come lo squalo, il tonno ed il pesce spada sono diminuiti di oltre il 90% dall’era pre-industriale ad oggi. La flotta europea supera di due o tre volte il prelievo tollerabile dal mare, e i tentativi dell’UE di ridurre lo sfruttamento delle acque sono falliti miseramente, tanto che la quantità di pescato disponibile nel vecchio continente è aumentata dal 2 al 4% ogni anno. Ma come è stato possibile questo aumento, se le riserve ittiche sono drasticamente diminuite?

Secondo uno studio di Greenpeace International reso pubblico recentemente, i pescherecci europei si sono spostati in acque esterne a quelle dell’Unione, e in particolare nei mari al largo della costa occidentale africana. La nave Arctic Sunrise dell’organizzazione ambientalista ha speso un periodo di cinque settimane nelle acque di Mauritania e Senegal, nel tentativo di monitorare il livello di sfruttamento delle riserve ittiche locali.

Nel periodo fra il 24 febbraio ed il 1 aprile di quest’anno la nave di Greenpeace ha individuato nei mari interessati 130 pescherecci, 93 dei quali di origine straniera. Di questi ultimi, 61 arrivavano da Paesi UE. Secondo i pescatori di Senegal e Mauritania, un tale sfruttamento causa enormi danni sia alle risorse marine che alle comunità locali le quali, utilizzando per la pesca ancora piroghe e canoe, sono praticamente messe fuori gioco dalle capacità dei pescherecci stranieri. Un pescatore presso il mercato del pesce Soumbedioune di Dakar, in Senegal, ha spiegato agli attivisti: «in passato ero in grado di pescare fino a venti cernie in un giorno. Ora, non ne posso prendere più di due».

Forte degli accordi noti col nome di Fisheries Partnership Agreements (FPA), l’UE può pescare nelle acque territoriali di sette nazioni africane: Capo Verde, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea, Guinea-Bissau, Mauritania e São Tomé e Príncipe, piccolo arcipelago al largo dell’Africa centro-occidentale. Accordo che fino al 2006 l’Europa aveva anche col Senegal, ma che ora non è più possibile, dato che questo Paese si ritrova a sua volta con una popolazione in aumento e le riserve ittiche in declino.

Lo sfruttamento non si limita ai mari ed alle sue ricchezze, ma riguarda anche gli equipaggi di certi pescherecci. Un’altra organizzazione ambientalista, la Environmental Justice Foundation (EJF), è stata autrice pochi giorni fa di un rapporto incentrato non solo sulle ripercussioni ambientali della pesca intensiva (e di quella illegale in particolare), ma anche sulle condizioni di vera e propria schiavitù degli equipaggi di tali imbarcazioni.
Nel rapporto All at sea (scaricabile da: http://www.ejfoundation.org/page95.html#other), la EJF documenta gli abusi, psichici e fisici, subiti dai pescatori di queste “navi pirata”, spesso costretti a ritmi di vita estenuanti e a situazioni di lavoro letteralmente forzato, che li porta a vivere contro la propria volontà su queste barche per periodi di mesi, se non addirittura di anni. Il fenomeno studiato si è avvalso di casi provenienti dall’Africa occidentale, ma anche dal sud-est asiatico, dall’oceano Pacifico e da quello Indiano. Un motivo in più, secondo l’ONG inglese, per implementare una serie di controlli sulle origini del pesce che arriva nell’UE.

Secondo il Rapporto di Greenpeace, l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono “moralmente responsabili del mancato supporto delle condizioni di sostenibilità nelle nazioni più svantaggiate, e devono prevenire ogni conflitto con gli interessi, l’integrità ambientale e la sicurezza alimentare di questi Paesi”. Viene inoltre suggerito all’Unione di salvaguardare le proprie riserve ittiche, invece di trasferire il sovra-sfruttamento in acque straniere. Creando più aree marine protette, impedendo lo sfruttamento intensivo ed industriale dei mari e promuovendo in generale pratiche di pesca più sostenibili. Con regolamentazioni, controlli e misure che vadano oltre la dimensione e la lunghezza delle reti, o l’elargizione di sussidi a pescatori difficilmente controllabili.

di Andrea Bertaglio