Sospettando una truffa ai suoi danni nella sottoscrizione di contratti derivati, il Comune di Milano ha intentato un’azione legale contro le banche responsabili dell’operazione nel gennaio 2009. Ma le criticità contrattuali al centro dell’esposto, e tuttora oggetto del processo penale a carico degli istituti, erano state rese note al sindaco Letizia Moratti già nel febbraio 2008, ovvero quasi un anno prima. Lo prova un documento “riservato e confidenziale” redatto dallo studio legale Pavia e Ansaldo (cui il Comune aveva chiesto una consulenza sui derivati) e successivamente consegnato a mano (non direttamente dai consulenti) allo stesso primo cittadino. Nel testo, mai protocollato tra gli atti comunali, i legali giudicano “non corretta” la valutazione effettuata dalle banche sull’effettiva convenienza dell’operazione ipotizzando per questo possibili “responsabilità sotto il profilo amministrativo e civilistico”. A rivelare la notizia è stato ieri Il Sole 24 Ore – Lombardia, in un articolo a firma Sara Monaci. Ilfattoquotidiano.it ha indagato sulla vicenda riuscendo successivamente a prendere visione del documento.

Al centro della questione c’è ovviamente la maxi emissione obbligazionaria da 1,68 miliardi realizzata nel 2005 dalla giunta presieduta dall’allora sindaco Gabriele Albertini. Secondo il Pm Alfredo Robledo, i contratti derivati sottoscritti a copertura dell’operazione, e rinegoziati in seguito proprio dall’amministrazione Moratti sempre con l’obiettivo di garantire un risparmio all’ente pubblico, avrebbero consentito alle banche di guadagnare 100 milioni di euro “spogliando dolosamente” il comune. Nel marzo del 2010, con l’accusa di truffa aggravata, sono state rinviate a giudizio quattro banche e 13 persone: i dipendenti di Deutsche Bank Tommaso Zibordi e Carlo Arosio, i loro colleghi di Ubs Gaetano Bassolino (figlio dell’ex governatore campano Antonio), Matteo Stassano e Alessandro Foti, gli operatori di JP Morgan Antonia Creanza, Fulvio Molvetti, Francesco Rossi Ferrini e Simone Rondelli, quelli di Depfa Bank Marco Santarcangelo e Francis William Marrone, l’ex direttore generale del Comune milanese Giorgio Porta e il consulente di Palazzo Marino Mauro Mauri. Nel processo, tuttora alle fasi iniziali, gli imputati hanno respinto ogni accusa.

Sotto la lente di Pavia e Ansaldo era finita in primo luogo la presunta correttezza dell’operazione finanziaria condotta dal Comune insieme agli istituti: costituzione di un contratto swap e inglobamento di un derivato già esistente, sottoscritto con Unicredit, che aveva generato perdite per Palazzo Marino. Secondo i consulenti non sarebbero stati presi in considerazione «né l’effettivo costo delle passività degli swap in essere né l’eventuale costo relativo alla rimodulazione o estinzione delle coperture in essere». Tradotto: nel rinegoziare i derivati già sottoscritti il Comune avrebbe rischiato di sostenere dei costi ma tale eventualità non era stata presa in considerazione nella valutazione sulla convenienza dell’operazione. Un giudizio, quest’ultimo, di fondamentale importanza visto che secondo l’accusa le banche avrebbero costruito la loro truffa proprio sull’omissione di informazioni chiave. A lasciare perplessi i consulenti legali anche la sottoscrizione di un credit default swap a protezione dell’eventuale caduta in disgrazia delle obbligazioni detenute dall’ente. Ma qui, se non altro, si parla di “rischio contenuto”.

Il terzo capitolo del documento è dedicato alla sottoscrizione degli interest rate swaps, i derivati che avrebbero dovuto proteggere il Comune dal rischio di un’impennata dei tassi e dalle conseguenti ricadute negative sullo stato del proprio debito. L’accordo prevede uno scambio periodico di denaro sottoforma di interessi su un capitale predefinito (in questo caso gli 1,68 miliardi dei bond emessi nel 2005). Ad ogni scadenza le banche versano un tasso fisso del 4,019%, mentre il comune eroga agli istituti un interesse variabile calcolato su quello generale di riferimento, l’Euribor, e che, da contratto, non può in ogni caso essere superiore al 6,19% né inferiore al 3,48%. Entrambe le parti, dunque sono protette da quelle che per loro sono le rispettive peggiori eventualità (crollo ed impennata dei tassi) ma ad ogni scadenza, inevitabilmente, c’è chi vince e chi perde. Se il tasso di riferimento scende sotto il 4%, va da sé, il Comune si avvantaggia (perché il rimborso della banca supera le spese), se il variabile eccede il fisso, al contrario, l’istituto ottiene una plusvalenza. Il problema, rileva però l’analisi di Pavia e Ansaldo, è che il Comune «si avvantaggia modestamente della possibilità che il tasso variabile sia inferiore al tasso fisso dovuto al prestito obbligazionario (poco più di mezzo punto % – ndr), mentre si espone in maniera più rilevante ad un’eventuale oscillazione dei tassi in cui il variabile sia superiore al fisso (Milano si fa carico di un’oscillazione a rialzo fino a 2,14 punti % – ndr)». Esperti finanziari, rileva il documento, dovrebbero quindi stabilire se il valore della protezione offerta dalle due parti sia effettivamente equivalente. Una condizione fondamentale per la legittimità del contratto e che, si sospetta, in questo caso mancherebbe.

Il famoso gruppo di esperti (composto dai consulenti Nicolino Cavalluzzo, Paolo Chiaia e Cesare Conti) si è formato solo nel luglio 2008. Dal suo lavoro sono emerse le prime valutazioni sulle perdite derivanti dai costi impliciti dell’operazione (80 milioni, oggi la cifra è salita a quota 100). La denuncia alla magistratura è avvenuta nel gennaio 2009 mentre il processo penale, nel suo genere il primo al mondo, ha preso il via nel maggio 2010. Il nome di Letizia Moratti, insieme a quelli dei suoi predecessori Gabriele Albertini e Gianpiero Borghini (quest’ultimo dirigente dell’Amministrazione milanese), compare nell’elenco dei testimoni che saranno ascoltati in aula dal giudice della quarta sezione penale di Milano Oscar Magi.

Scarica il documento dello studio Pavia e Ansaldo