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Media & regime | di Davide Milosa | 23 settembre 2010

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Caso Boffo, Vittorio Feltri verso
la sospensione dall’ordine dei giornalisti

La discusisone è iniziata oggi a Roma. La sospensiva era già stata decretata dall'ordine della Lombardia. Se il caso Tulliani dovesse rivelarsi un falso, il direttore de Il Giornale rischierebbe la radiazione

Dossieraggi deviati, patacche, documenti manipolati. Mentre l’affaire monegasco su Gianfranco Fini viene cavalcato con tanti dubbi e molte ombre dalla stampa berlusconiana, oggi a Roma l’ordine nazionale dei giornalisti discute la sospensione temporanea di Vittorio Feltri dall’ordine dei professionisti per il linciaggio ai danni dell’ex direttore di Avvenire Dino Boffo. La sospensione prevede, fra l’altro, niente stipendio e il divieto di firmare il quotidiano come responsabile.

Ma i guai non finiscono qua. E in attesa che il caso Tulliani assieme al presunto documento del governo di Saint Lucia che attesterebbe la sua proprietà del quartierino del Principato atterri sulla scrivania dell’Ordine, Feltri potrebbe essere sospeso per altri mesi aggiuntivi. Attualmente, infatti, fa scrivere sul quotidiano che dirige un giornalista radiato dall’ordine: Renato Farina, alias “fonte Betulla”, 007 in missione in nome e per conto di quel Pio Pompa, ex funzionario del Sismi, fedelissimo di Nicolò Pollari e soprattutto “padrino” dell’archivio di via Nazionale 230 a Roma in cui venivano custodite migliaia di schede per ricattare giornalisti e magistrati

“Come ordine regionale della Lombardia – spiega un consigliere di Milano – abbiamo sospeso Feltri per sei mesi in relazione al caso Boffo e per altri due mesi per la vicenda Farina, ma lui ha fatto ricorso e così ora spetta all’ordine nazionale scrivere l’ultima parola sulla sanzione”. Il consiglio nazionale è l’ultimo giudizio per i giornalisti. “Solitamente si tende a confermare le decisioni degli ordini regionali”.

Come è avvenuto ieri quando in aula è arrivato Claudio Brachino, sospeso due mesi dal consiglio lombardo per aver mandato in onda un servizio sul giudice Raimondo Mesiano, che pochi giorni prima aveva emesso in sede civile una sentenza che condanna la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro per la corruzione giudiziaria nell’ambito del “lodo Mondadori”. Nel servizio, mandato in onda su Canale 5 il 15 ottobre 2009, Mesiano veniva definito “stravagante”, perché, fra l’altro, “ha scarpe bianche e calze turchesi”. In realtà il giudice passeggiava, andava dal barbiere, fumava qualche sigaretta e si sedeva su una panchina. A carico di Brachino è stata confermata ieri la sospensione di due mesi già decisa dall’ordine della Lombardia.

E ora tocca a Feltri. Il caso si annuncia più delicato perché, come spiega un consigliere dell’ordine lombardo, “se risulterà accertato che anche il dossier contro il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è stato gonfiato, allora ai procedimenti già in corso potrebbe aggiungersene un altro che, vista la similitudine con il primo, lascia figurare la recidiva”. Quindi anche la possibile radiazione. E la recidiva sarebbe riscontrabile nel trattamento Boffo applicato anche a Fini.

Ecco allora l’impianto della tesi accusatoria. Per la quale si inizia confezionando documenti falsi o pretestuosi. Poi si sostiene che siano arrivati in redazione o trovati da valenti cronisti in qualche procura, redatti da enti più o meno accreditati e autorevoli, come presunti servizi segreti o (fantomatici) ministeri esteri. E, una volta confezionato il pacchetto, si comincia a sparare a zero contro la vittima designata. Questi i passaggi dell’ormai noto “metodo Boffo”, dal nome dell’ex direttore dell’Avvenire a cui per primo è stato riservato il trattamento de Il Giornale guidato da Vittorio Feltri. Poi arrivarono le scuse pubbliche all’ormai linciato responsabile del quotidiano dei Vescovi.

Dino Boffo era incappato in un “incidente sessuale”. Lo denunciò in prima pagina il Giornale diretto da Vittorio Feltri sulla base, scrisse, di un documento della procura di Terni. Non era un documento, ma una lettera anonima spacciata come documento giudiziario. Boffo aveva da poco ospitato sul giornale che dirigeva interventi critici sulla “condotta morale” del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Era il 28 agosto 2009 e il sexygate barese legato a Patrizia D’Addario era ancora nel vivo. La campagna contro Boffo durò alcune settimane, tanto che lui decise di dimettersi seppur difeso e sostenuto dalla Cei. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, definì l’attacco “un fatto disgustoso e molto grave”. “Grazie a Dio sono ateo”, rispose Feltri. Che però dopo alcuni mesi fu costretto ad ammettere che i documenti non venivano né dalla procura di Terni né da fonti vaticane né dai servizi segreti: era una sorta di lettera anonima.

L’ordine dei giornalisti della Lombardia avviò il procedimento a carico di Feltri a seguito di un esposto presentato dall’associazione Pannunzio in difesa di Dino Boffo. “Ma un esposto o denuncia può presentarlo chiunque, anche un semplice cittadino”, spiega un consigliere dell’ordine regionale del Lazio. L’esposto partirà quindi anche per l’affaire Montecarlo ma a una condizione: “Solo quando sarà accertato che, come lo fu con Boffo, le carte spacciate dal giornale come vere siano false o pretestuose o comunque usate in modo strumentale”. Così, mentre a Roma, il Consiglio nazionale dei giornalisti in questi giorni ripercorrerà, fra l’altro, anche le gesta dell’agente 007 Betulla, all’ordine di Milano qualcuno potrebbe presentare un esposto sui 70 metri quadrati più famosi d’Italia.

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