Ieri mattina ho visto un uomo che sputava in faccia a sua figlia di sedici anni. Era un uomo sulla quarantina, grande e grosso, coi lombi pieni che sbordavano da una maglietta gialla, una voce viscosa, grave e dura, le sopracciglia fitte e immerse in qualcosa che presumo fosse odio, veleno, insofferenza. Non so quale fosse la colpa della ragazzina, nessuno tra i testimoni della turpe scena l’ha capito. Lei seguiva l’uomo con lo sguardo curvo sul pavimento del centro commerciale, senza dire una parola, senza levare una sola frase a sua discolpa, come se tutto fosse già scritto in un assortimento di regole familiari mandate a memoria dalla notte dei tempi. Lui ha dapprima inveito contro di lei, ingigantendosi al suo cospetto come un orso terrificante e minaccioso. Poi, al culmine di quel disprezzo, ha scagliato la sua saliva contro il viso della ragazza, e infine si è voltato come se niente fosse, ha accelerato il passo e si è avviato verso le scale mobili, disperdendosi nella folla dello shopping. La ragazza, da parte sua, si è ripulita la faccia con il palmo della mano. Il suo gesto però era pieno di rassegnazione, ma anche di qualcosa che potrebbe essere tradotto con la parola indifferenza, come se lo sputo dell’uomo non fosse quella linfa acida di odio, bensì uno spruzzo di pioggia caduto dal cielo, o una goccia d’acqua scaturita da una grondaia. E così la ragazzina di sedici anni, con l’espressione del viso solo lievemente avvilita, ha continuato a seguire l’uomo (il genitore, o il padrone, o qualsiasi cosa egli fosse) in quella ordinaria passeggiata domenicale.

Di fronte a scene di questo tipo ripenso spesso alle riflessioni di Hannah Arendt  sul male e la sua banalità, in particolare all’affermazione che il male peggiore compiuto dagli uomini riguarda la sfera del banale e non piuttosto – come sovente si è portati a credere – quella della metafisica. La Arendt poneva queste riflessioni in rapporto al processo Eichmann e più in generale all’antisemitismo nazista, ma credo che l’aspetto della banalità del male possa essere identificato anche nei casi di violenza come quello che ho appena descritto. Cosa c’è, del resto, di più banale di una passeggiata in un centro commerciale una domenica mattina, di un diverbio forse relativo a un regalo di compleanno, o allo sguardo interessato rivolto da un ragazzino di passaggio, o in ogni caso a qualcosa non più grave di questo? E cosa c’è di più banale della brutalità di un uomo che intende “dare una lezione” pubblica a questa adolescente colpevole di niente e di cui evidentemente conosce alla perfezione l’incapacità di reagire e l’assuefazione alla violenza?

Spesso si sente citare il famoso rapporto di Amnesty International che indica lo stupro e la violenza domestica fra le prime dieci cause e fattori di rischio considerati per la morte e la disabilità di donne fra i 15 e i 44 anni, cause maggiori anche del cancro e degli incidenti stradali. Tuttavia, ciò di cui non parlano i rapporti ufficiali è quel genere di violenza “immateriale”, psicologica, che tende a soggiogare e ad asservire la donna secondo il più barbaro e primitivo dei principi umani: il primato del maschio sulla femmina. Questo tipo di violenza non è relegato al solo ambito delle mura di casa, è radicato nella società, è nelle strade, negli uffici, nei luoghi pubblici, è “banale” perché visibile a tutti, riconoscibile, evidente, palese. Questo genere di male forse non arriva a uccidere fisicamente, ma annulla le personalità, incide sui caratteri, annichilisce l’essenza di una persona. Molte donne probabilmente non sanno neppure di essere vittime di questi abusi, spesso ignorano di essere l’oggetto di una vera e propria strategia di distruzione, verosimilmente ritengono che la vera violenza sia di un altro genere. Del resto, rappresentazioni di sottomissione come queste sono alla base della nostra società, passano nelle televisioni commerciali, vengono usate in maniera subliminale per stimolare la vendita di prodotti in ambito pubblicitario. La “banalità” della violenza sulle donne sta nel fatto che essa rappresenta di per sé uno dei cardini su cui è fondata l’Età dell’apparenza, l’epoca storica in cui viviamo.

Ma la ragazzina di sedici anni che ho visto io non sa niente di tutto questo. Nelle domeniche che verranno accompagnerà ancora suo padre a fare la spesa, crescerà e diventerà una donna, poi arriverà il giorno in cui laverà il corpo di suo padre, perché nel frattempo lui sarà diventato troppo vecchio per farlo da solo, e verso di lui proverà perfino riconoscenza, perché nel frattempo avrà imparato un sacco di cose. Per esempio che uno sputo non lascia lividi né tracce. Che attraverso uno sputo non passa il dolore.