Il comma 29 della legge sulle intercettazioni è ormai prossimo ad arrivare in porto: a giorni l’obbligo di rettifica per tutte le pagine Web dotrebbe diventare legge dello Stato. In Italia non è una novità: come abbiamo raccontato sul fattoquotidiano.it lo scorso 8 luglio, sono state dieci, e in soli cinque anni, le leggi e i tentativi di legge con i quali i due schieramenti hanno tentato di mettere il bavaglio alla Rete.

Oltre al decreto Romani che ancora oggi minaccia le Web-tv, numerose volte si è provato a seguire la scia che oggi porta alla norma sui blog contenuta nella legge bavaglio, ovvero equiparare capre e cavoli, siti Web e testate giornalistiche. Tra le varie norme, però, è da ricordare anche il decreto Pisanu approvato nel 2005 che impone la tracciabilità di ogni operazione online. Il decreto, disconosciuto dalla stesso ex ministro dell’Interno, ha affondato la diffusione delle connessioni nel nostro Paese: anche un bar deve chiedere l’autorizzazione alla questura per far navigare i suoi clienti (i quali comunque dovrebbero poi presentare un documento per utilizzare la Rete).

Tra la pillola blu della libertà e dell’uso della Rete per implementare democrazia libera informazione e trasparenza delle istituzioni, l’Italia sembra insomma sempre più decisa a far ingoiare ai suoi cittadini la pillola rossa dell’avversione alla libertà della Rete che non di rado si trasforma in censura.

PILLOLA BLU
In Europa e nel mondo c’è chi guarda con lungimiranza alla diffusione della Rete.

Troppo facile citare gli Stati Uniti dove Internet è nato: la libertà di espressione negli Usa è sacra e le aziende fanno a gara per offrire servizi online ai cittadini (lo scorso natale Google ha installato gratuitamente una connessione Wi Fi nei 47 principali aeroporti americani). Con un discorso ufficiale, inoltre, lo scorso gennaio il segretario di Stato Hillary Clinton ha schierato il paese affianco alla libertà: “saremo paladini di Internet libero” le parole di condanna alla censura cinese e non solo.

La Finlandia è stata l’apripista di una decisione che rimarrà nella storia: l’accesso alla Rete è diventato un diritto civile fondamentale. Dal primo luglio per i finlandesi Internet è un diritto così come l’acqua e la luce, e lo Stato ha il dovere di rendere disponibile l’accesso al Web a tutti i cittadini (dal 2015 con una connessione di almeno un megabit al secondo).

C’è anche l’Islanda che si candida a diventare lo Stato punto di riferimento nel mondo. Travolta da una crisi finanziaria che ha creato un enorme crisi di bilancio, il paese dei ghiacci sta puntando tutto sulla libertà come volano anche di crescita economica. Il Parlamento ha approvato all’unanimità una legge che punta a far diventare l’Islanda “il paradiso mondiale della libertà d’informazione”. La legge, recependo le migliori disposizioni in materia nella legislazione mondiale, tutela chi pubblica informazioni e i server che ospitano siti di tutti il mondo. Le varie disposizioni sono state concordate punto per punto con Wikileaks, la Cia del popolo, che ha come missione la pubblicazione di documenti top-secret di interesse pubblico. Proprio oggi Wikileaks ha pubblicato online 92 mila rapporti riservati del Pentagono che svelano inquietanti retroscena sulla guerra americana in Afghanistan: dai rapporti ambigui dell’intelligence pachistana – che dovrebbero essere alleati Usa – con i capi talebani, a numerosi episodi di scontri militari rimasti segreti e nei quali sono morti centinaia di civili.

Non si può parlare di politica e Internet, infine, senza citare il caso della Svezia. A Stoccolma i pirati che si battono per la libertà di Internet, la libera diffusione della conoscenza e per la difesa della privacy, hanno fondato un vero e proprio partito, il PiratPartiet, che dopo alcuni tentativi andati a vuoto, alle ultime elezioni ha eletto due rappresentanti all’Europarlamento grazie a uno storico 7,2 per cento dei voti. Anche in vista delle elezioni nazionali del prossimo settembre, i Pirati proprio in questi giorni hanno lanciato un Internet Service Provider del tutto anonimo al quale gli svedesi possono abbonarsi a prezzi concorrenziali. Naturalmente in Svezia nessuna legge vieta l’anonimato nelle navigazioni online.

PILLOLA ROSSA
Se queste sono le “pillole blu” della libertà informazione online, non mancano gli Stati che impongono ai cittadini la pillola rossa della censura. Parliamo in questi casi di Stati totalitari che hanno fatto della repressione della Rete la loro bandiera e che sono elencati minuziosamente dal report che stila ogni anno Reporter Sans Frontières: “Internet Enemies”.

Tra i nemici di Internet 2010 spicca la Birmania, che ha condannato a morte due alti ufficiali del governo per aver mandato via mail dei documenti di Stato all’estero. La giunta militare che tiene prigioniera la leader democratica Aung San Suu Kyi, inoltre, filtra massicciamente i siti Internet grazie ad una legge che Amnesty definisce “una delle più liberticide al mondo”.

Sempre tra i nemici di Internet c’è la Cina dove un esercito di 40 mila funzionari di partito monitora costantemente Internet per evitare che passi anche una sola parola ritenuta scomoda dal regime comunista; numerosi inoltre sono i dissidenti in prigione per aver diffuso sul Web documenti a favore della democrazia. In Egitto, invece, con intimazioni e arresti è all’ordine del giorno l’attività di repressione contro blogger che su Internet hanno organizzato delle mobilitazioni per chiedere diritti sul lavoro e democrazia. In Iran, dove sempre secondo Amnesty si registra “il record delle cyber-censura”, il regime fa opera di demonizzazione nei confronti dei new media, accusandoli di essere al servizio di interessi stranieri: decine di netizen sono rinchiusi nella prigione di Evin. Ennesimo nemico è l’Arabia Saudita dove la repressione è durissima, mentre in Siria specialmente i social network sono sotto strettissima sorveglianza. C’è infine il Vietnam dove il Partito comunista punisce duramente ogni critica espressa sul Web, in particolare tutto ciò che riguarda la politica nei confronti della Cina.

ITALIA
Questa è attualmente la situazione mondiale. Tra la libertà e la censura, tra la pillola rossa e la pillola blu, l’Italia guidata da un Tycoon televisivo sembra virare verso la seconda scelta. La società civile è mobilitata e i blogger sono ormai in grado di fare opinione e lanciare le loro campagne. C’è da augurarsi che riesca a fermare i tentativi ancora in corso. Quando poi anche l’Italia deciderà di ingoiare la pillola blu, non sarà mai troppo tardi.