Una parte dei documenti che fanno perdere il sonno a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi la vedete qui sopra. Sono le agende dove Ines Lattuada, una segretaria di Publitalia, segnava gli appuntamenti e le telefonate dirette al futuro senatore. Tra il 1992 e il 1994 molte persone legate a Cosa Nostra, dall’ex fattore di Arcore Vittorio Mangano, sino a Gaetano Cinà e al figlio del cassiere di Totò Riina, Pino Mandalari, cercavano Dell’Utri, allora impegnato nella creazione di Forza Italia. Si tratta di documenti mai visti prima, tratti dagli atti del processo di appello in cui il sostituto procuratore generale Nino Gatto ha chiesto di aumentare di due anni – da 9 a 11 – la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa già inflitta a Dell’Utri in primo grado.

Questa mattina a Palermo i giudici, dopo aver ascoltato Gatto e le difese, entreranno in una camera di consiglio che si annuncia lunga e piena di tensione. In questi mesi, del resto, le polemiche non sono mai mancate. A partire da quelle sulle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sui presunti rapporti tra il senatore, il premier e i fratelli Graviano: i boss di Brancaccio autori delle stragi del ’93. Rapporti, che almeno per quanto riguarda Dell’Utri, la sentenza di primo grado considerava “certi”. Ma il dibattimento, come potete vedere, non si fonda solo sui pentiti (più di 30). Molti invece sono i fatti incontestabili.

Tra questi gli appunti di Ines Lattuada, da cui risulta che nel novembre del 1993, nelle settimane calde della creazione del partito di Berlusconi, Mangano, promosso capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova, chiamava Dell’Utri. Un fatto che pare incastonarsi alla perfezione con quanto dichiarato dal collaboratore di giustiza Giovanni Brusca.

Il boss di San Giuseppe Jato, una volta pentito, spiega infatti che a fine settembre del ’93 lui e Luchino Bagarella (il cognato di Riina), avevano incaricato Mangano di contattare il Cavaliere. Il 2 novembre, come risulta dai documenti, l’ex fattore cerca una prima volta il futuro senatore. E il giorno dopo lo fa di nuovo, spiegando per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11 5 giorni prima convoca (il termine, scritto con calligrafia poco leggibile, è stato così interpretato dalla Dia ndr) con precisione». L’incontro, come conferma Dell’Utri, avviene per davvero: “Di tanto in tanto”, dice il senatore, “Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute”.

In secondo grado però uno dei difensori di Dell’Utri, l’avvocato Alessandro Sanmarco, ha sostenuto che il suo assistito ha fatto quell’ammissione solo perché “tratto in inganno” dalle domande dei pm. Una cosa è comunque indiscutibile. In aula non si è discusso (troppo) di pentiti, ma di fatti certi. Che emergono da intercettazioni, pedinamenti, filmati, documenti e testimonianze. Di rapporti con i boss che anche l’imputato trova difficile negare. Ecco i principali.

5 marzo 1974 Marcello Dell’Utri si dimette dalla Sicilcassa per andare a lavorare a Milano da Silvio Berlusconi. Per lui si tratta di un ritorno. Negli anni ’60 aveva già allenato una squadra di calcio sponsorizzata dal futuro Cavaliere. Adesso invece è il segretario particolare di Silvio. Cura la ristrutturazione della villa di Arcore e fa assumere come fattore Vittorio Mangano. Come racconterà lui stesso, Mangano, che già conosceva, gli è stato consigliato da “l’amico di una vita” Tanino Cinà: il proprietario di una lavanderia palermitana, imparentato attraverso la moglie con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi. Secondo i pentiti, le intercettazioni ambientali e il tribunale che lo ha condannato a sette anni, Cinà (oggi scomparso) fa parte della famiglia mafiosa di Malaspina. Mangano quando arriva a Milano è già stato tre volte in carcere. Nel 1967 era stato pure diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore, Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, liberando ogni sera sei grossi mastini napoletani. Siamo negli anni dei sequestri di persona. I pentiti sostengono che la funzione di Mangano, mafioso della famiglia di Porta Nuova, era quella di garantire Berlusconi dai rapimenti. Lo stesso Berlusconi ammette di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce e un attentato avvenuto nella villa milanese di via Rovani nel maggio del ’75. Il boss Francesco Di Carlo, un padrino di casa nel bel mondo palermitano, dice di aver partecipato a un incontro tra Bontade, Teresi, Cinà, Dell’Utri e Berlusconi al termine del quale si parlò del ruolo di Mangano. Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, eleggeva domicilio sempre ad Arcore, in via Villa San Martino 42. Ma nonostante gli arresti, nessuno lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”. Mangano, interrogato in aula prima della morte, avvenuta nel 2000, dirà che spesso lui e la moglie cenavano con i Berlusconi. In quei mesi, secondo i pentiti, Berlusconi comincia a versare denaro a Cosa Nostra. Un ex socio di Dell’Utri, Filippo Alberto Rapisarda, sostiene che l’intervento di Marcello servì per ridurre le pretese della mafia. Dell’Utri ammetterà di averglielo detto, ma solo per vanteria. Non saprà spiegare però perché le minacce cessarono.

1976 Mangano lascia Arcore, ma continua a gravitare su Milano. Vive all’hotel Duca di York dal quale gestirà il traffico di droga per conto della mafia. Per questo verrà arrestato nel 1980 e poi condannato.

24 ottobre 1976 Il boss Antonino Calderone festeggia il compleanno al ristorante le Colline pistoiesi di Milano. Al suo tavolo ci sono Mangano, i boss Nino e Gaetano Grado e Dell’Utri. Lo ammetterà pure Dell’Utri, anche se dirà che Mangano non gli presentò i commensali.

1977, estate-autunno Dell’Utri pensa di prendere un anno sabbatico per studiare teologia. Berlusconi infatti non lo vuole promuovere: “Era perplesso sulle mie capacità manageriali”. Così si dimette e va a lavorare da Rapisarda, un imprenditore buon conoscente dei vertici di Cosa Nostra dell’epoca e proprietario dell’Inim, in quegli anni considerato il secondo gruppo immobiliare italiano. Già nel 1987 Rapisarda sosterrà di averlo assunto perché era sponsorizzato da Cinà, “uno a cui non si poteva dire di no”. Nello stesso interrogatorio Rapisarda accuserà Dell’Utri di aver poi riciclato soldi di Bontade e Teresi nella Fininvest. Nonostante le pesanti affermazioni non verrà denunciato per calunnia e invece, a partire dal 1988, tornerà amico di Dell’Utri. Creerà con lui quattro società immobiliari e gli presterà 2 miliardi di lire. Dell’Utri nega la sponsorizzazione di Cinà, ma ammette di aver incontrato nel ’77 Rapisarda assieme a Tanino. Un giornalista amico di Cinà testimonia però che la raccomandazione ci fu.

1978-79 Dell’Utri lavora all’Inim. Ma il gruppo va in bancarotta. Rapisarda fugge latitante in Venezuela, dove è ospite dei narcos mafiosi Caruana-Cuntrera. Poi vola a Parigi utilizzando un documento intestato ad Alberto Dell’Utri, il gemello di Marcello. Nel 1997-98, da intercettazioni telefoniche disposte contro ex dipendenti di Rapisarda, emergerà come all’improvviso molti di loro, in prossimità della convocazione in Procura come testimoni, abbiano ottenuto abitazioni nella berlusconiana Milano 3 (in un caso) o contratti o promesse di contratti da Pagine Utili. Per i pm è un episodio di inquinamento probatorio.

14 febbraio 1980 In un’indagine di droga viene intercettata una conversazione tra Mangano e Dell’Utri. Mangano dice di avere “un affare” da proporre. Dell’Utri: “Questi sono bei discorsi”. Poi Mangano parla di un secondo affare “per il suo cavallo”. Ma Dell’Utri spiega di non avere soldi e al suggerimento di chiederli “al suo principale, Silvio”, risponde: “Iddu non sura” (lui non sgancia). Infine si accordano per vedersi “al solito, in via Moneta”.

19 aprile1980 Si sposa a Londra Jimmy Fauci, un pregiudicato che gestisce il narcotraffico dei Caruana. Alle nozze partecipano Di Carlo e Teresi, Cinà e Dell’Utri. È lui stesso a confermarlo sostenendo però di esserci stato portato per caso da Cinà.

1983 Secondo i pentiti, l’onorata società torna a perseguitare il Cavaliere con richieste di denaro sempre più pesanti del clan Pullarà. Berlusconi, reduce da una serie di affari immobiliari in Sardegna con il faccendiere legato alla mafia Flavio Carboni, richiama Dell’Utri alla Fininvest e, nonostante il disastro del gruppo Inim, lo promuove numero uno di Publitalia. Per i pm, non ha scelta: Dell’Utri, tramite Cinà, sigla una nuova tregua con Cosa Nostra.

1986 Stando ai pentiti, Totò Riina, diventato capo dei capi dopo aver fatto fuori Bontade e i suoi uomini, scopre i rapporti dei Pullarà con Dell’Utri: indispettito per non essere stato informato, li mette da parte e affida a Cinà la gestione esclusiva di quel canale. Il suo obiettivo dichiarato è agganciare Bettino Craxi e dare una lezione alla Dc, non più affidabile. Nell’87 in Sicilia si verificherà un travaso di voti.

28 novembre 1986 Scoppia un’altra bomba in via Rovani. Berlusconi chiama Dell’Utri (intercettato): “È stato Mangano…una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto…”. Poi dice che gli dispiacerebbe “se i carabinieri, da questa roba qui, fanno una limitazione della libertà personale a lui (Mangano)”. Due giorni dopo Dell’Utri riceve la visita di Cinà e, con Tanino al fianco, chiama Silvio per rassicurarlo: “Tanino mi ha detto che (Mangano) assolutamente è proprio da escludere. Poi ti parlerò di persona”. Per i pentiti l’attentato faceva parte della strategia di riavvicinamento di Riina. Altre intercettazioni rivelano che Cinà da quel giorno è spesso a Milano e che per il Natale regala una cassata di 12 chili a Berlusconi. I buoni rapporti Fininvest-mafia sono poi confermati, per i pm, da un’agenda, sequestrata alla famiglia mafiosa di San Lorenzo, in cui i boss tenevano i conti. Accanto alla voce Canale 5 compare una cifra (5 milioni) e la dicitura “regalo”. La mafia però non si accontenta. Punta a Craxi, non ai soldi.

17 febbraio 1988 Berlusconi chiama l’immobiliarista Renato Della Valle (intercettato): “Devo mandare via i miei figli perché mi hanno fatto delle estorsioni in maniera brutta. Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa (…) siccome mi han detto che, se entro una certa data, sei giorni, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio ed espongono il corpo in piazza del Duomo, allora ho deciso: li mando in America”. Che cosa doveva fare Berlusconi? Perché non denunciò l’accaduto? Impossibile saperlo: il premier in tribunale si avvarrà della facoltà di non rispondere.

1990, gennaio-febbraio Il gruppo torna nel mirino. A Catania avvengono una serie di attentati contro Standa (Fininvest) e Rinascente (Fiat). La Fiat ammetterà di aver pagato per farli cessare. La Fininvest invece nega e non si costituirà parte civile al processo. Per i pm, il vero obiettivo è sempre avvicinare Craxi. Vari pentiti e un teste dicono che Dell’Utri incontrò i boss Salvatore Tuccio e Nitto Santapaola per accordarsi. E a partire da quel periodo Dell’Utri risulta volare spessissimo a Catania.

1991 Mangano esce di prigione. Vuole riprendere in esclusiva il legame con Dell’Utri. Ma Riina invia il boss Totò Cancemi a dirgli di farsi da parte. Dice Cancemi: “Dell’Utri inviava 200 milioni all’anno a Cinà, che tramite (i boss) Di Napoli e Ganci li dava a Riina, che li smistava alle famiglie”.

1992, gennaio-febbraio Vincenzo Garraffa, senatore Pri e presidente della Pallacanestro Trapani, riceve la visita del capomafia Vincenzo Virga. “Mi manda Marcello”, spiega Virga venuto a reclamare 700 milioni per conto di Dell’Utri. Nel maggio 2004 il fatto è stato accertato dal Tribunale di Milano. Dell’Utri e Virga sono stati condannati a due anni per tentata estorsione.

1992, maggio-giugno L’ex dc Ezio Cartotto (sentito come teste) è ingaggiato in segreto da Dell’Utri per studiare un’iniziativa politica in previsione del crollo dei partiti amici a causa di Tangentopoli.

15 gennaio1993 Arresto di Riina. La mafia, coi vecchi referenti politici alle corde (compreso l’agognato Craxi), pensa di fondare il partito Sicilia Libera, con i cui esponenti (risulta da agende e tabulati telefonici) Dell’Utri è in contatto.

1993, estate Bernardo Provenzano, secondo il boss Nino Giuffrè, abbandona l’idea di Sicilia Libera e stringe un patto elettorale con Dell’Utri: fine delle stragi in cambio dell’alleggerimento delle indagini, del 41 bis, e di una nuova legge sui pentiti.

12 luglio 1993 Berlusconi, racconta l’ex condirettore de “il Giornale” Federico Orlando, faxa un decalogo con la “linea” da seguire. Uno dei punti forti è l’attacco ai pentiti e al reato di associazione mafiosa.

1993, novembre Mentre Berlusconi crea Forza Italia, Dell’Utri vede Mangano a Milano (risulta dalle agende del senatore). Con l’arresto di Riina l’ostracismo nei suoi confronti è caduto. Mangano anzi è stato promosso capofamiglia di Porta Nuova.

31 dicembre 1998 Dell’Utri viene filmato dalla Dia mentre incontra un collaboratore di giustizia messinese, Pino Chiofalo, organizzatore di un complotto per screditare i pentiti che accusano il senatore e i boss. Nel film lo si vede mentre gli consegna dei regali. Chiofalo, arrestato, confessa: “Dell’Utri promise di farmi ricco”.

1999 Dell’Utri si candida alle europee. Una microspia capta la voce di uno stretto collaboratore di Provenzano, Carmelo Amato, mentre raccomanda più volte ai picciotti di votarlo. Per esempio il 22 maggio: “Ora a questo si deve portare in Europa: Dell’Utri. Sì, qua già si stanno preparando i cristiani (i mafiosi, ndr)”. Anche Cinà, chiamato “zio Tano”, viene intercettato. E addirittura ammette di essere un uomo d’onore: “Carmelo, vedi che io sono combinato (mafioso ndr) come te”, dice.

13 maggio 2001 Dell’Utri viene rieletto. Nelle intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro si sente il capomafia dire: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”. Poi Guttadauro aggiunge che Dell’Utri si era accordato di persona con Gioacchino Capizzi, l’anziano capomandamento della Guadagna, lo stesso clan di cui facevano un tempo parte Bontade, Teresi e i fratelli Pullarà.

Per Dell’Utri è il passato che ritorna. Anzi che non se ne è mai andato.